PREMESSA
Prima di descrivere la macchina fotografica moderna, dovremmo ricordare brevemente il meccanismo di formazione delle immagini all'interno dell'occhio umano: tutto ciò che noi vediamo è il frutto della luce riflessa dagli oggetti, passata attraverso le pupille, distorta e ribaltata dai mezzi diottrici oculari e “spalmata” nella superficie curva bidimensionale della retina, che si comporta come un trasduttore tra l'energia dei fotoni e il segnale trasmesso tramite potenziali d'azione. La retina, inoltre, è in grado di percepire colori e di dare informazioni precise e accurate riguardo lo spazio che ci circonda solo nella fovea.
L'occhio umanoQuesto meccanismo di formazione delle immagini è lo stesso che viene replicato dalla macchina fotografica: il bulbo oculare è il nostro "corpo macchina", il cristallino il nostro "obiettivo" e la retina il nostro "supporto fotosensibile".
La MACCHINA FOTOGRAFICA è composta da TRE PARTI:
- una parte OTTICA (frontale) che ha il compito di convogliare il fascio dei raggi di luce riflessi da un soggetto
- una parte MECCANICA (centrale), dove trovano posto tutti gli automatismi che contribuiscono alla gestione dell'immagine
- una parte CHIMICA o ELETTRONICA (posteriore) che ha il compito di fissare su di un SUPPORTO l'informazione ricevuta dall'ottica e filtrata dal corpo macchina

L'OBIETTIVO
Nella macchina fotografica la parte frontale, l'obiettivo (o "ottica", appunto, per usare la dicitura comunemente utilizzata dai professionisti) incanala un fascio di luce proveniente da un'angolazione più o meno ampia (ad esempio 180°, 90°, 45° e così via) e determina il campo visivo utile alla formazione di una determinata immagine.
L'angolo di campo proprio di una determinata ottica dipende dalla sua LUNGHEZZA FOCALE, che si esprime in millimetri.
In fotografia, la lunghezza focale è la distanza tra il centro ottico dell'obiettivo e il piano pellicola (o il sensore in caso di fotocamera digitale) alla quale viene messa a fuoco l'immagine di un punto posto all'infinito. Da notare che si tratta di centro ottico, che non sempre coincide con il centro dell'obiettivo. Un obiettivo composto da più lenti, infatti, si comporta come una sola lente la la cui lunghezza focale può essere considerevolmente diversa dalla lunghezza fisica dell'obiettivo. Questo è particolarmente evidente negli obiettivi a focale variabile, i cosiddetti zoom.
Esempi di differenti lunghezze focaliLa scala degli obiettivi disponibili per una determinata macchina fotografica può comprendere obiettivi dalla lunghezza focale più varia (in genere dai 10mm ai 500mm o più) in funzione dell'utilizzo a cui sono destinati.
Per tutti vale comunque la suddivisione tra GRANDANGOLI, obiettivi NORMALI e TELEOBIETTIVI.
Si potrebbe affermare che la lente maggiormente utilizzata, quella "standard" sia quella che comunemente viene definita "normale".
Ma normale in base a che cosa?
Per intendere il significato del termine "obiettivo normale" dobbiamo fare una premessa fondamentale: in fotografia si utilizzano FORMATI DIVERSI: la dimensione del fotogramma su cui si forma l'immagine non è sempre e soltanto quella del "rullino" classico (che misura 24x36mm) ma esistono apparecchi fotografici che utilizzano una pellicola di maggiori dimensioni la quale può essere "incorniciata" in diversi formati, tipicamente:
- 6x6 cm, formato utilizzato su tutte le macchine biottiche come la Rolleiflex e da altre marche di grande prestigio come la Hasselblad
- 6x4,5 cm, formato ritenuto "ideale" in quanto coniuga una elevata quantità di informazione ad altri aspetti pratici come il rapporto i due lati (4:3) che ricorda quello normalmente utilizzato nell'editoria e nell'impaginazione di cataloghi
- 6x7 cm, molto utilizzato in moda e ritratto
Esistono formati più grandi (sino ad arrivare a quelli utilizzati nel banco ottico) ma sono di utilizzo meno diffuso.
L'obiettivo "normale" è quello la cui lunghezza focale è uguale o leggermente superiore alla diagonale del formato su cui viene adoperato. Così, abbiamo che il formato 24x36mm (appunto quello che siamo abituati ad utilizzare da quando abbiamo scattato la nostra prima fotografia) l'obiettivo normale dovrebbe misurare 43mm, ma per convenzione si è stabilito che sia quello della misura leggermente più grande e più prossima: il 50mm.
Per i formati più grandi o più piccoli bisognerà calcolare la misura della diagonale di ogni specifico formato.
In ogni caso, l'obiettivo normale fornisce un angolo di campo prossimo ai 50°, che in un certo modo riproduce al meglio la visione dell'occhio umano.
La costruzione di questo tipo di lenti, dal punto di vista tecnico, è piuttosto semplice (e in fotografia ciò rappresenta un vantaggio) per cui è possibile produrre obiettivi normali di elevata qualità ad un prezzo molto conveniente. Lo schema semplice, inoltre, permette una APERTURA DI DIAFRAMMA molto ampia, consentendo di operare anche in presenza di poca luce.
L'impiego di un obiettivo normale è consigliato in tutte le situazioni che non richiedano una lente specifica. Da ricordare che Henri Cartier-Bresson (forse il fotografo più famoso al mondo) utilizzava solo la focale 50mm.
Per grandangoli intendiamo quegli obiettivi che ci consentono di inquadrare un grande numero di oggetti anche da distanza ravvicinata, avendo un angolo di campo compreso tra i 45° e i 180°.
Anche nel caso dei grandangoli bisogna considerare il formato di pellicola utilizzato: un 50mm sarà un obiettivo "normale" su una macchina con formato 24x36mm, ma sarà di fatto un grandangolo su una macchina 6x7cm.
Questo perché ogni obiettivo proietta un cono di immagine con un determinato angolo di campo indipendentemente dalle dimensioni della "cornice" compresa all'interno dello stesso: dunque sarà proprio quest'ultima variabile a determinare "quanta" porzione di immagine registrare.
Il vantaggio di questo tipo di obiettivi risiede soprattutto nella loro capacità di "abbracciare" da distanza ravvicinata una scena con molti elementi, d'altra parte tendono a presentare ABERRAZIONI e DISTORSIONI prospettiche anche notevoli che per essere corrette richiedono grossi sforzi da parte delle ditte produttrici e che dunque sono spesso piuttosto costosi.
Per teleobiettivo intendiamo una lente avente un angolo di campo inferiore a 45°: più sarà stretto tale angolo di campo, più l'obiettivo ci permetterà di "avvicinarci" al soggetto da una determinata distanza, un po' come avviene per i cannocchiali.
Anche in questo caso le dimensioni della "cornice" del supporto destinato a registrare le immagini conta: minore sarà il perimetro della cornice, tanto più inferiore sarà la porzione di mondo compresa all'interno dei limiti della cornice e quindi più stretto l'angolo di campo visualizzato. Date le caratteristiche di questi obiettivi, i quali permettono di cogliere un soggetto in dettaglio anche a distanze notevoli, trovano il loro impiego soprattutto nel ritratto e nel reportage, nonché nella fotografia sportiva e naturalistica.
La ridotta profondità di campo permette infatti di "staccare" il soggetto dal fondo isolandolo dal contesto e conferendogli importanza.
Differenti obiettivi e corrispondenti angoli di campoDa molti anni sono presenti obiettivi che incorporano diverse lunghezze focali, garantendo un'escursione elevata tra l'angolo di campo più ampio e quello più stretto. Si tratta naturalmente degli obiettivi "zoom". Questi obiettivi presentano l'innegabile vantaggio di non dover sostituire la lente ad ogni cambiamento di situazione, ma d'altra parte anche gli esemplari migliori (e quindi più costosi) non possono garantire la perfezione nei risultati delle corrispondenti focali fisse.
Molti obiettivi sono dedicati alla fotografia di piccoli soggetti, come insetti o fiori, garantendo una messa a fuoco precisa anche da brevissime distanze. Molti obiettivi moderni, pur non essendo specializzati in questo tipo di riprese, possiedono una funzione "macro" che li trasforma, all'occasione, in sostituti dignitosi dei loro "fratelli maggiori".
IL DIAFRAMMA E L'OTTURATORE
All'interno dell'obiettivo si trova il DIAFRAMMA (formato da una serie di lamelle d'acciaio a regolazione variabile), che è simile all'iride dell'occhio umano e serve a determinare la QUANTITA' di luce ("poca o tanta") che dovrà passare attraverso la lente. Il diaframma è un dispositivo costituito generalmente da 4, 5 o 6 lamelle che, spostandosi, creano un foro di diametro variabile.
Il diaframma, in combinazione con l'OTTURATORE (il quale invece assomiglia ad una saracinesca e determina "per quanto tempo" dovrà passare la luce) permette di determinare la corretta ESPOSIZIONE della pellicola.
Esporre correttamente la pellicola (o il sensore digitale) significa dunque "scrivere" su di essa tutta l' informazione visiva compresa tra il punto di massima luce (bianco) ed il punto massima ombra (nero). All'interno di questa scala troverà spazio la vasta gamma di luci ed ombre intermedie (nonché di colori) che formano l'immagine.
Va da sè che il principale scopo del fotografo è quello di determinare la corretta esposizione per una determinata scena.
Il fotografo si regolerà, nell'eseguire tale calcolo, in base alla quantità di luce proveniente dalla sorgente che illumina quella particolare scena (il sole piuttosto che la luce artificiale dei lampioni stradali o delle lampade da studio).
LA SENSIBILITA' DELLA PELLICOLA
La corretta esposizione dovrà tenere conto della SENSIBILITA' della pellicola che stiamo utilizzando, cioè della sua "reattività" nei confronti della luce. Questo valore si misura in ASA o ISO (due termini analoghi per indicare la stessa cosa) ed il criterio utilizzato per identificare le diverse pellicole è il seguente: MAGGIORE E' IL VALORE ASA (O ISO) DELLA PELLICOLA, MAGGIORE E' LA SUA SENSIBILITA' E DUNQUE LA SUA REATTIVITA' ALLA LUCE.
Di conseguenza per pellicole di sensibilità maggiore (ad esempio 400 o 800 iso) occorrerà una minore quantità di luce per impressionare la stessa scena di quanta non ne occorra ad una pellicola di sensibilità inferiore (100 o 200 iso).
La proporzione esatta è che AD OGNI PASSAGGIO TRA SENSIBILITA' DIVERSE (12, 25, 50, 100, 200, 400, 800, 1600, 3200, 6400 ISO etc.) CORRISPONDE UN RADDOPPIO O UN DIMEZZAMENTO DELLA SENSIBILITA'.
Per impressionare correttamente una pellicola 400 iso dunque occorrerà esattamente la metà di quanta ne occorrerà per impressionare una pellicola 200 iso ed il doppio di quanta ne occorrerà per impressionare una pellicola con sensibilità 800 iso.
LA PROFONDITA' DI CAMPO
La regolazione del diaframma non dovrà tenere conto esclusivamente della quantità di luce presente in una determinata scena, ma si dovranno considerare una serie di principi che hanno fondamentali conseguenze sull'aspetto compositivo.
La PROFONDITA' DI CAMPO, che possiamo definire come il numero di oggetti a fuoco davanti e dietro al soggetto principale, varia in base a tre fattori:
1) PIU' CHIUSO E' IL DIAFRAMMA TANTO MAGGIORE SARA' LA PROFONDITA' DI CAMPO. La profondità di campo è il numero di oggetti che risulteranno a fuoco (cioè nitidi) davanti e dietro al soggetto principale.
Al contrario, più aperto è il diaframma tanto minore sarà la profondità di campo, con conseguente effetto di MESSA A FUOCO SELETTIVA su di un dato soggetto.
2) la DISTANZA OBIETTIVO-SOGGETTO: MAGGIORE è questa distanza, MAGGIORE sarà la profondità di campo generale (esempio: in una cartolina saranno a fuoco tanto le case poste a 50 metri dall'obiettivo, quanto quelle poste a 200 metri e quelle che si perdono lungo la linea dell'orizzonte, cioè poste "all'infinito")
3) la LUNGHEZZA FOCALE dell'obiettivo stesso (ovvero il suo "angolo di campo"). MAGGIORE è l'angolo di campo dell'obiettivo, MAGGIORE sarà la profondità di campo assicurata da quell'obiettivo. Sempre nell'esempio della cartolina, se io utilizzo un obiettivo GRANDANGOLO per fotografare da distanza ravvicinata la facciata di un palazzo, risulteranno a fuoco anche gli edifici posti in secondo piano, sullo sfondo, e questo avverrà comunque anche utilizzando un diaframma non eccessivamente "chiuso"
QUESTI TRE FATTORI (nell'ordine LUNGHEZZA FOCALE, DISTANZA DAL SOGGETTO PRINCIPALE E VALORE DEL DIAFRAMMA) CONCORRONO a determinare la PROFONDITA' DI CAMPO e possono essere UTILIZZATI SECONDO DIFFERENTI COMBINAZIONI AL FINE DI OTTENERE L'EFFETTO DESIDERATO.
Obiettivo normale e diaframma aperto (f/5)
Obiettivo normale e diaframma chiuso (f/32)IL CORPO MACCHINA
La parte intermedia, ovvero il CORPO MACCHINA, costituisce quello che anticamente si chiamava CAMERA OSCURA, e non è nient'altro che UNA "SCATOLA" ermeticamente chiusa (a prova di luce) che serve a far si che i raggi di luce convogliati dall'obiettivo finiscano il loro percorso trovandosi A FUOCO sulla superficie del supporto fotosensibile.
Virtualmente il corpo macchina potrebbe essere semplicemente una scatola annerita al suo interno (una scatola da scarpe andrebbe benissimo).
Esempio di fotocamera tipo "pinhole" costituita da una semplice scatola a cui è stato praticato un foro per permettere l'entrata dei raggi di luce riflessi dal soggettoOggigiorno tuttavia sul corpo macchina trovano la loro sede ideale (almeno nelle macchine reflex 35mm e digitlai) L'OTTURATORE ed una serie pressoché infinita di AUTOMATISMI che vanno dal meccanismo di avanzamento della pellicola, al calcolo dell'esposizione, al salvataggio dei files nel caso delle fotocamere digitali, e via dicendo.
Una moderna fotocamera digitale (Nikon D200)IL PERCORSO DELLA LUCE
Abbiamo in questo modo che i fasci di luce RIFLESSI da un determinato soggetto compiono un percorso che incontra dapprima L'OBIETTIVO (che ne determina l'angolo di campo), poi l'ostacolo del DIAFRAMMA, che determina la quantità di luce che passa attraverso il sistema di lenti dell'obiettivo (un po' come un imbuto) e infine L'OTTURATORE, che determina per QUANTO TEMPO (normalmente si tratta di frazioni di secondo) il fascio di luce colpirà la SUPERFICIE FOTOSENSIBILE (dove si formerà la cosiddetta IMMAGINE LATENTE, ovvero l'immagine, correttamente ESPOSTA e che dovrà "solo" essere SVILUPPATA).
OGNI IMMAGINE FOTOGRAFICA SI CREA SECONDO QUESTO PERCORSO CHE E' ASSOLUTAMENTE LO STESSO DA 170 ANNI A QUESTA PARTE, ovvero da quando Niepce, Daguerre e Talbot compirono i primi esperimenti volti a FISSARE SU UN SUPPORTO FOTOSENSIBILE L'IMMAGINE CHE SI FORMAVA ALL'INTERNO DELLA CAMERA OSCURA.