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LA FOTOCAMERA E LA LUCE


PREMESSA

Prima di descrivere la macchina fotografica moderna, dovremmo ricordare brevemente il meccanismo di formazione delle immagini all'interno dell'occhio umano: tutto ciò che noi vediamo è il frutto della luce riflessa dagli oggetti, passata attraverso le pupille, distorta e ribaltata dai mezzi diottrici oculari e “spalmata” nella superficie curva bidimensionale della retina, che si comporta come un trasduttore tra l'energia dei fotoni e il segnale trasmesso tramite potenziali d'azione. La retina, inoltre, è in grado di percepire colori e di dare informazioni precise e accurate riguardo lo spazio che ci circonda solo nella fovea.


L'occhio umano

Questo meccanismo di formazione delle immagini è lo stesso che viene replicato dalla macchina fotografica: il bulbo oculare è il nostro "corpo macchina", il cristallino il nostro "obiettivo" e la retina il nostro "supporto fotosensibile".


La MACCHINA FOTOGRAFICA è composta da TRE PARTI:

- una parte OTTICA (frontale) che ha il compito di convogliare il fascio dei raggi di luce riflessi da un soggetto

- una parte MECCANICA (centrale), dove trovano posto tutti gli automatismi che contribuiscono alla gestione dell'immagine

- una parte CHIMICA o ELETTRONICA (posteriore) che ha il compito di fissare su di un SUPPORTO l'informazione ricevuta dall'ottica e filtrata dal corpo macchina



L'OBIETTIVO

Nella macchina fotografica la parte frontale, l'obiettivo (o "ottica", appunto, per usare la dicitura comunemente utilizzata dai professionisti) incanala un fascio di luce proveniente da un'angolazione più o meno ampia (ad esempio 180°, 90°, 45° e così via) e determina il campo visivo utile alla formazione di una determinata immagine.

L'angolo di campo proprio di una determinata ottica dipende dalla sua LUNGHEZZA FOCALE, che si esprime in millimetri.

In fotografia, la lunghezza focale è la distanza tra il centro ottico dell'obiettivo e il piano pellicola (o il sensore in caso di fotocamera digitale) alla quale viene messa a fuoco l'immagine di un punto posto all'infinito. Da notare che si tratta di centro ottico, che non sempre coincide con il centro dell'obiettivo. Un obiettivo composto da più lenti, infatti, si comporta come una sola lente la la cui lunghezza focale può essere considerevolmente diversa dalla lunghezza fisica dell'obiettivo. Questo è particolarmente evidente negli obiettivi a focale variabile, i cosiddetti zoom.

Esempi di differenti lunghezze focali

La scala degli obiettivi disponibili per una determinata macchina fotografica può comprendere obiettivi dalla lunghezza focale più varia (in genere dai 10mm ai 500mm o più) in funzione dell'utilizzo a cui sono destinati.
Per tutti vale comunque la suddivisione tra GRANDANGOLI, obiettivi NORMALI e TELEOBIETTIVI.

Si potrebbe affermare che la lente maggiormente utilizzata, quella "standard" sia quella che comunemente viene definita "normale".
Ma normale in base a che cosa?
Per intendere il significato del termine "obiettivo normale" dobbiamo fare una premessa fondamentale: in fotografia si utilizzano FORMATI DIVERSI: la dimensione del fotogramma su cui si forma l'immagine non è sempre e soltanto quella del "rullino" classico (che misura 24x36mm) ma esistono apparecchi fotografici che utilizzano una pellicola di maggiori dimensioni la quale può essere "incorniciata" in diversi formati, tipicamente:

- 6x6 cm, formato utilizzato su tutte le macchine biottiche come la Rolleiflex e da altre marche di grande prestigio come la Hasselblad

- 6x4,5 cm, formato ritenuto "ideale" in quanto coniuga una elevata quantità di informazione ad altri aspetti pratici come il rapporto i due lati (4:3) che ricorda quello normalmente utilizzato nell'editoria e nell'impaginazione di cataloghi

- 6x7 cm, molto utilizzato in moda e ritratto

Esistono formati più grandi (sino ad arrivare a quelli utilizzati nel banco ottico) ma sono di utilizzo meno diffuso.

L'obiettivo "normale" è quello la cui lunghezza focale è uguale o leggermente superiore alla diagonale del formato su cui viene adoperato. Così, abbiamo che il formato 24x36mm (appunto quello che siamo abituati ad utilizzare da quando abbiamo scattato la nostra prima fotografia) l'obiettivo normale dovrebbe misurare 43mm, ma per convenzione si è stabilito che sia quello della misura leggermente più grande e più prossima: il 50mm.
Per i formati più grandi o più piccoli bisognerà calcolare la misura della diagonale di ogni specifico formato.
In ogni caso, l'obiettivo normale fornisce un angolo di campo prossimo ai 50°, che in un certo modo riproduce al meglio la visione dell'occhio umano.
La costruzione di questo tipo di lenti, dal punto di vista tecnico, è piuttosto semplice (e in fotografia ciò rappresenta un vantaggio) per cui è possibile produrre obiettivi normali di elevata qualità ad un prezzo molto conveniente. Lo schema semplice, inoltre, permette una APERTURA DI DIAFRAMMA molto ampia, consentendo di operare anche in presenza di poca luce.
L'impiego di un obiettivo normale è consigliato in tutte le situazioni che non richiedano una lente specifica. Da ricordare che Henri Cartier-Bresson (forse il fotografo più famoso al mondo) utilizzava solo la focale 50mm.

Per grandangoli intendiamo quegli obiettivi che ci consentono di inquadrare un grande numero di oggetti anche da distanza ravvicinata, avendo un angolo di campo compreso tra i 45° e i 180°.
Anche nel caso dei grandangoli bisogna considerare il formato di pellicola utilizzato: un 50mm sarà un obiettivo "normale" su una macchina con formato 24x36mm, ma sarà di fatto un grandangolo su una macchina 6x7cm.
Questo perché ogni obiettivo proietta un cono di immagine con un determinato angolo di campo indipendentemente dalle dimensioni della "cornice" compresa all'interno dello stesso: dunque sarà proprio quest'ultima variabile a determinare "quanta" porzione di immagine registrare.
Il vantaggio di questo tipo di obiettivi risiede soprattutto nella loro capacità di "abbracciare" da distanza ravvicinata una scena con molti elementi, d'altra parte tendono a presentare ABERRAZIONI e DISTORSIONI prospettiche anche notevoli che per essere corrette richiedono grossi sforzi da parte delle ditte produttrici e che dunque sono spesso piuttosto costosi.

Per teleobiettivo intendiamo una lente avente un angolo di campo inferiore a 45°: più sarà stretto tale angolo di campo, più l'obiettivo ci permetterà di "avvicinarci" al soggetto da una determinata distanza, un po' come avviene per i cannocchiali.
Anche in questo caso le dimensioni della "cornice" del supporto destinato a registrare le immagini conta: minore sarà il perimetro della cornice, tanto più inferiore sarà la porzione di mondo compresa all'interno dei limiti della cornice e quindi più stretto l'angolo di campo visualizzato. Date le caratteristiche di questi obiettivi, i quali permettono di cogliere un soggetto in dettaglio anche a distanze notevoli, trovano il loro impiego soprattutto nel ritratto e nel reportage, nonché nella fotografia sportiva e naturalistica.
La ridotta profondità di campo permette infatti di "staccare" il soggetto dal fondo isolandolo dal contesto e conferendogli importanza.

Differenti obiettivi e corrispondenti angoli di campo

Da molti anni sono presenti obiettivi che incorporano diverse lunghezze focali, garantendo un'escursione elevata tra l'angolo di campo più ampio e quello più stretto. Si tratta naturalmente degli obiettivi "zoom". Questi obiettivi presentano l'innegabile vantaggio di non dover sostituire la lente ad ogni cambiamento di situazione, ma d'altra parte anche gli esemplari migliori (e quindi più costosi) non possono garantire la perfezione nei risultati delle corrispondenti focali fisse.

Molti obiettivi sono dedicati alla fotografia di piccoli soggetti, come insetti o fiori, garantendo una messa a fuoco precisa anche da brevissime distanze. Molti obiettivi moderni, pur non essendo specializzati in questo tipo di riprese, possiedono una funzione "macro" che li trasforma, all'occasione, in sostituti dignitosi dei loro "fratelli maggiori".

IL DIAFRAMMA E L'OTTURATORE

All'interno dell'obiettivo si trova il DIAFRAMMA (formato da una serie di lamelle d'acciaio a regolazione variabile), che è simile all'iride dell'occhio umano e serve a determinare la QUANTITA' di luce ("poca o tanta") che dovrà passare attraverso la lente. Il diaframma è un dispositivo costituito generalmente da 4, 5 o 6 lamelle che, spostandosi, creano un foro di diametro variabile.

Il diaframma, in combinazione con l'OTTURATORE (il quale invece assomiglia ad una saracinesca e determina "per quanto tempo" dovrà passare la luce) permette di determinare la corretta ESPOSIZIONE della pellicola.


Esporre correttamente la pellicola (o il sensore digitale) significa dunque "scrivere" su di essa tutta l' informazione visiva compresa tra il punto di massima luce (bianco) ed il punto massima ombra (nero). All'interno di questa scala troverà spazio la vasta gamma di luci ed ombre intermedie (nonché di colori) che formano l'immagine.

Va da sè che il principale scopo del fotografo è quello di determinare la corretta esposizione per una determinata scena.
Il fotografo si regolerà, nell'eseguire tale calcolo, in base alla quantità di luce proveniente dalla sorgente che illumina quella particolare scena (il sole piuttosto che la luce artificiale dei lampioni stradali o delle lampade da studio).

LA SENSIBILITA' DELLA PELLICOLA

La corretta esposizione dovrà tenere conto della SENSIBILITA' della pellicola che stiamo utilizzando, cioè della sua "reattività" nei confronti della luce. Questo valore si misura in ASA o ISO (due termini analoghi per indicare la stessa cosa) ed il criterio utilizzato per identificare le diverse pellicole è il seguente: MAGGIORE E' IL VALORE ASA (O ISO) DELLA PELLICOLA, MAGGIORE E' LA SUA SENSIBILITA' E DUNQUE LA SUA REATTIVITA' ALLA LUCE.
Di conseguenza per pellicole di sensibilità maggiore (ad esempio 400 o 800 iso) occorrerà una minore quantità di luce per impressionare la stessa scena di quanta non ne occorra ad una pellicola di sensibilità inferiore (100 o 200 iso).

La proporzione esatta è che AD OGNI PASSAGGIO TRA SENSIBILITA' DIVERSE (12, 25, 50, 100, 200, 400, 800, 1600, 3200, 6400 ISO etc.) CORRISPONDE UN RADDOPPIO O UN DIMEZZAMENTO DELLA SENSIBILITA'.
Per impressionare correttamente una pellicola 400 iso dunque occorrerà esattamente la metà di quanta ne occorrerà per impressionare una pellicola 200 iso ed il doppio di quanta ne occorrerà per impressionare una pellicola con sensibilità 800 iso.

LA PROFONDITA' DI CAMPO

La regolazione del diaframma non dovrà tenere conto esclusivamente della quantità di luce presente in una determinata scena, ma si dovranno considerare una serie di principi che hanno fondamentali conseguenze sull'aspetto compositivo.
La PROFONDITA' DI CAMPO, che possiamo definire come il numero di oggetti a fuoco davanti e dietro al soggetto principale, varia in base a tre fattori:

1) PIU' CHIUSO E' IL DIAFRAMMA TANTO MAGGIORE SARA' LA PROFONDITA' DI CAMPO. La profondità di campo è il numero di oggetti che risulteranno a fuoco (cioè nitidi) davanti e dietro al soggetto principale.
Al contrario, più aperto è il diaframma tanto minore sarà la profondità di campo, con conseguente effetto di MESSA A FUOCO SELETTIVA su di un dato soggetto.

2) la DISTANZA OBIETTIVO-SOGGETTO: MAGGIORE è questa distanza, MAGGIORE sarà la profondità di campo generale (esempio: in una cartolina saranno a fuoco tanto le case poste a 50 metri dall'obiettivo, quanto quelle poste a 200 metri e quelle che si perdono lungo la linea dell'orizzonte, cioè poste "all'infinito")

3) la LUNGHEZZA FOCALE dell'obiettivo stesso (ovvero il suo "angolo di campo"). MAGGIORE è l'angolo di campo dell'obiettivo, MAGGIORE sarà la profondità di campo assicurata da quell'obiettivo. Sempre nell'esempio della cartolina, se io utilizzo un obiettivo GRANDANGOLO per fotografare da distanza ravvicinata la facciata di un palazzo, risulteranno a fuoco anche gli edifici posti in secondo piano, sullo sfondo, e questo avverrà comunque anche utilizzando un diaframma non eccessivamente "chiuso"

QUESTI TRE FATTORI (nell'ordine LUNGHEZZA FOCALE, DISTANZA DAL SOGGETTO PRINCIPALE E VALORE DEL DIAFRAMMA) CONCORRONO a determinare la PROFONDITA' DI CAMPO e possono essere UTILIZZATI SECONDO DIFFERENTI COMBINAZIONI AL FINE DI OTTENERE L'EFFETTO DESIDERATO.

Obiettivo normale e diaframma aperto (f/5)

Obiettivo normale e diaframma chiuso (f/32)

IL CORPO MACCHINA

La parte intermedia, ovvero il CORPO MACCHINA, costituisce quello che anticamente si chiamava CAMERA OSCURA, e non è nient'altro che UNA "SCATOLA" ermeticamente chiusa (a prova di luce) che serve a far si che i raggi di luce convogliati dall'obiettivo finiscano il loro percorso trovandosi A FUOCO sulla superficie del supporto fotosensibile.
Virtualmente il corpo macchina potrebbe essere semplicemente una scatola annerita al suo interno (una scatola da scarpe andrebbe benissimo).

Esempio di fotocamera tipo "pinhole" costituita da una semplice scatola a cui è stato praticato un foro per permettere l'entrata dei raggi di luce riflessi dal soggetto

Oggigiorno tuttavia sul corpo macchina trovano la loro sede ideale (almeno nelle macchine reflex 35mm e digitlai) L'OTTURATORE ed una serie pressoché infinita di AUTOMATISMI che vanno dal meccanismo di avanzamento della pellicola, al calcolo dell'esposizione, al salvataggio dei files nel caso delle fotocamere digitali, e via dicendo.

Una moderna fotocamera digitale (Nikon D200)

IL PERCORSO DELLA LUCE

Abbiamo in questo modo che i fasci di luce RIFLESSI da un determinato soggetto compiono un percorso che incontra dapprima L'OBIETTIVO (che ne determina l'angolo di campo), poi l'ostacolo del DIAFRAMMA, che determina la quantità di luce che passa attraverso il sistema di lenti dell'obiettivo (un po' come un imbuto) e infine L'OTTURATORE, che determina per QUANTO TEMPO (normalmente si tratta di frazioni di secondo) il fascio di luce colpirà la SUPERFICIE FOTOSENSIBILE (dove si formerà la cosiddetta IMMAGINE LATENTE, ovvero l'immagine, correttamente ESPOSTA e che dovrà "solo" essere SVILUPPATA).

OGNI IMMAGINE FOTOGRAFICA SI CREA SECONDO QUESTO PERCORSO CHE E' ASSOLUTAMENTE LO STESSO DA 170 ANNI A QUESTA PARTE, ovvero da quando Niepce, Daguerre e Talbot compirono i primi esperimenti volti a FISSARE SU UN SUPPORTO FOTOSENSIBILE L'IMMAGINE CHE SI FORMAVA ALL'INTERNO DELLA CAMERA OSCURA.

LA LUCE IN FOTOGRAFIA


Quando pensiamo alla luce, in fotografia, dobbiamo innanzitutto fare riferimento alla FONTE da cui la luce stessa proviene: in questo senso la fonte principale è senza dubbio la LUCE NATURALE, ovvero il SOLE.

In alternativa, quando la luce naturale è assente (di notte, o se fotografiamo in una stanza chiusa) dobbiamo utilizzare una fonte di LUCE ARTIFICIALE: utilizzeremo dunque delle LAMPADE o dei FLASH.

Nel primo caso (lampade al quarzo o al tungsteno) avremo un flusso di LUCE CONTINUA, presente nella scena per tutto il tempo necessario a posizionare il soggetto, fissare l'inquadratura e infine scattare la fotografia. L'inconveniente di questo tipo di luce è che deve essere abbastanza potente da poter essere registrata dal sensore della fotocamera digitale o dalla pellicola: di conseguenza la scena da riprendere rischia di divenire molto calda con numerosi fastidi sia per il fotografo che per il soggetto fotografato.

Nel secondo caso (LUCE FLASH, O LAMPO) disporremo della luce solo ed esclusivamente nel momento in cui scatteremo la fotografia, e non durante la fase di preparazione dell'inquadratura. Il grande vantaggio della luce flash è quello di garantire una grandissima quantità di luce concentrata esclusivamente nell'istante in cui viene scattata la fotografia. Questo naturalmente evita tutti i problemi generati dalle lampade a luce continua, però rende praticamente impossibile prevedere l'effetto finale della luce flash sul soggetto.

Le LUCI FLASH DA STUDIO (come quelle utilizzate nelle nostre sessioni di ritratto) possiedono una piccola fonte di luce continua proprio per ovviare a questo inconveniente: essa è sufficiente per comporre l'inquadratura ma non disturba il soggetto e non verrà registrata sul supporto fotosensibile al momento dello scatto.

LA TEMPERATURA COLORE

La luce, in ogni caso, si misura in GRADI, ed in particolare in GRADI KELVIN. Si parla dunque di TEMPERATURA COLORE per definire il colore (più tendente al rosso o più tendente all'azzurro) della luce che proviene dalle diverse fonti luminose. Nello specifico, la luce naturale e la luce flash hanno una temperatura colore di circa 5600°Kelvin, mentre la luce continua emanata dalle lampade al tungsteno (quelle presenti in tutte le nostre case) ha una temperatura colore di circa 3000/3400°Kelvin.

Più alta è la temperatura in gradi Kelvin, più è ricca di tonalità di colore azzurro. La maggior parte delle pellicole fotografiche è tarata per una temperatura colore di 5600°Kelvin: il bianco risulta bianco (fedeltà cromatica) in presenza di una fonte di luce naturale o di un lampo flash, che infatti si mescolano perfettamente e premettono di utilizzare i flash anche in esterno per completare l'illuminazione della scena o compensare situazioni di controluce o di eccessivo contrasto.

Una temperatura bassa (sempre però nell'incandescenza,intorno ai 2000 K) corrisponde ad un colore giallo-arancio. Scendendo si passa al rosso ed all'infrarosso, non più visibile. Salendo di temperatura la luce si fa dapprima più bianca, quindi azzurra, violetta ed ultravioletta. Quando comunemente si dice che una luce è calda, in realtà questa corrisponde ad una temperatura di colore bassa, viceversa un temperatura maggiore produce una luce definita comunemente fredda.

Una superficie riscaldata all'incandescenza emette prevalentemente nella gamma della luce visibile, ma la lunghezza d'onda del picco di emissione varia al variare della temperatura. Nelle normali lampade ad incandescenza la lunghezza d'onda è spostata verso valori maggiori, e la luce prodotta presenta una componente gialla. Nelle lampade alogene si riesce ad aumentare la temperatura del filamento ottenendo una luce più bianca.

Si noti che ha senso parlare di temperatura di colore solo se la sorgente di luce emette uno spettro di energia continuo. Questo non si verifica però per tutte le sorgenti luminose.

Nelle lampade a scarica il colore è determinato dallo spettro di emissione del gas alla pressione a cui si trova. Nelle lampade fluorescenti la tonalità della luce dipende dalla scelta del materiale fosforescente utilizzato. Spesso sono riportate le temperature di colore del bianco dei monitor per PC, siano essi di tipo CRT, LCD o al plasma. Questa temperatura, in realtà, non avrebbe senso, in quanto tale bianco è prodotto per metamerismo dalla sottrazione della luce filtrata dai diversi fosfori.

Qui di seguito sono riportate le temperature di colore di alcune sorgenti di luce comuni.

* Luce solare a mezzogiorno: 5.600 K
* Luce del cielo: da 10.000 a 18.000 K
* Lampada da 500 W per uso fotografico: 3.400 K
* Lampada da 100 W per uso generale: 2.900 K
* Lampada da 40 W per uso generale: 2.650 K

DIAFRAMMA, LUCE E TEMPO DI OTTURAZIONE

In una tipica situazione di scatto dobbiamo gestire numerosi fattori tra cui:

- la potenza della fonte luminosa (o delle fonti, nel caso stia utilizzando diversi flash o lampade)
- la sensibilità ISO della pellicola o del sensore digitale
- il diaframma di lavoro
- la velocità di scatto (o otturazione)

Il primo fattore da considerare è sempre l'OBIETTIVO (o lente) che desidero utilizzare per effettuare quel tipo di inquadratura: se voglio realizzare un RITRATTO dovrò impiegare un obiettivo a FOCALE MEDIO-LUNGA (intorno ai 100mm) che mi permetta di inquadrare solo il viso o il mezzo busto del soggetto mantenendo una certa distanza dallo stesso e che mi garantisca una MESSA A FUOCO SELETTIVA sul dettaglio che intendo mettere in risalto, SFUOCANDO IL FONDO in modo da creare un'ambientazione più "morbida" e priva di dettagli che distrarrebbero dal soggetto principale.

Al contrario, se devo fotografare un GRUPPO di persone, devo utilizzare una FOCALE CORTA (intorno ai 28/30mm) la quale mi permette di coprire un ANGOLO DI CAMPO MAGGIORE e quindi comprendere più soggetti nella stessa inquadratura.

Una volta scelto l'obiettivo giusto, devo IMPOSTARE IL DIAFRAMMA DI LAVORO, sapendo che OGNI OBIETTIVO FORNISCE LA MIGLIORE QUALITA' OTTICA VERSO IL CENTRO DELLA LENTE e quindi utilizzando un diaframma piuttosto chiuso: f/5,6 - f/8 - f/11.

Naturalmente, nel momento in cui imposterò il diaframma di lavoro dovrò tenere in considerazione la QUANTITA' DI LUCE a disposizione nella scena: nel caso di una luce naturale molto forte (come quella presente in una bella giornata primaverile) imposterò il diaframma ad un valore qualsiasi tra quelli che preferisco, avendo cura di regolare la velocità di scatto in modo da ESPORRE CORRETTAMENTE la pellicola o il sensore digitale.

Nel caso in cui stia scattando IN STUDIO CON LUCI FLASH, imposterò il diaframma di lavoro e poi REGOLERO' LA POTENZA DEI FLASH in modo da garantire l'esposizione corretta. IL TEMPO O VELOCITA' DI SCATTO DOVRA' SEMPLICEMENTE ESSERE IN SINCRONO CON IL FLASH: 1/125' o 1/250' di secondo andranno bene nella maggior parte delle situazioni.


GLI SCHEMI DI LUCE TIPICI

Quando pensiamo a come vorremmo illuminare il soggetto davanti al nostro obiettivo, per prima cosa dobbiamo pensare al tipo di ATMOSFERA che desideriamo ricreare: una scena uniformemente illuminata è completamente diversa da una scena in cui la luce crea una gamma variegata di luci ed ombre.

Se desidero ottenere una scena uniformemente illuminata, in cui non c'è un grande contrasto tra le zone di luce le zone d'ombra, dovrò utilizzare degli accessori o delle superfici che diffondano la luce, lasciando che questa vada a riempire tutte le zone d'ombra presenti sulla scena. Se scatto una fotografia in una stanza bianca di dimensioni piuttosto ridotte, posso per esempio rivolgere il flash (o qualsiasi altra fonte di luce) sul soffitto, lasciando che questa "rimbalzi" in ogni angolo della stanza.
In alternativa, se ho a disposizione più luci, le disporrò da diverse direzioni in maniera che ogni lato della scena risulterà illuminato.

Se, al contrario, desidero ricreare un'atmosfera più drammatica, giocando sui chiaro-scuri, utilizzerò solo una o due luci rivolte direttamente sul soggetto o meglio su un solo lato dello stesso, lasciando che una parte consistente della scena rimanga in penombra o addirittura al buio.

In ogni caso, la luce si dispone sempre rispettando TRE PUNTI CHIAVE:
- la LUCE DI TAGLIO
- la LUCE DI RIEMPIMENTO
- la IL CONTROLUCE (o back-light)

Si inizia posizionando con cura la LUCE DI TAGLIO (deve essere una luce "decisa"), che è quella che da il "la" alla composizione. Normalmente è una luce DALL'ALTO e a 45° rispetto al soggetto, ma può essere anche frontale.
Si regola poi la LUCE DI RIEMPIMENTO (solitamente molto "morbida") fino a raggiungere il livello di chiaro-scuro desiderato. Infine si può aggiungere un CONTROLUCE per "staccare" il soggetto dal fondo o per far risaltare dettagli importanti, come i capelli o le spalle.

Ai tre punti-luce tradizionali se ne possono aggiungere svariati altri, a partire da UN'ILLUMINAZIONE DEDICATA ALLO SFONDO sino ad arrivare all'esaltazione di infiniti dettagli presenti sulla scena.

Per tutte le luci sono previsti ACCESSORI che servono a DIFFONDERE O CONCENTRARE LA LUCE: Bank, Light-Box, ombrelli, pannelli riflettenti bianchi, argentati, dorati, etc. rappresentano un compendio indispensabile per un utilizzo creativo della luce.








A

LA FOTOGRAFIA DIGITALE: QUESTIONE DI PIXELS?


Per fotografia digitale si intende il procedimento che consente di ottenere immagini mediante tecnologie elettroniche direttamente in forma digitale e di memorizzarle su un supporto magnetico, ottico o elettronico.
I metodi più comuni per ottenere fotografie digitali consistono nell'effettuare la scansione di un'immagine (stampata oppure sotto forma di negativo o diapositiva) con uno scanner d'immagini oppure di effettuare uno scatto con una FOTOCAMERA DIGITALE.
Una fotocamera digitalenutilizza, al posto della pellicola fotosensibile, un sensore (CCD, CMOS) in grado di catturare l'immagine e trasformarla in un segnale elettrico (quindi di tipo ANALOGICO). GLI IMPULSI ELETTRICI VENGONO POI CONVERTITI IN DIGITALE da un convertitore A/D nel chip di elaborazione e trasformati in un flusso di dati (sempre digitali) atti ad essere immagazzinati in vari formati su supporti di memoria.

SENSORI

Vi sono due tipi principali di sensori;
CCD (Charge Coupled Device)
CMOS (Complementary Metal Oxide Semiconductor)

Il sensore, analogo a quello utilizzato nelle videocamere portatili, può essere CCD, ma anche C-MOS. Sempre comunque si tratta di dispositivi formati da elementi fotosensibili a semi-conduttori in grado di trasformare un segnale luminoso in un segnale elettrico. Solo successivamente un secondo dispositivo, funzionalmente separato, (il convertitore Analogico/Digitale) converte il segnale analogico in dati digitali.
Nella fotocamera digitale, l'immagine viene messa a fuoco sul piano del sensore. I segnali così catturati vengono amplificati e convertiti in digitale. A questo punto i dati digitali sono in forma grezza (RAW) e - così come sono - possono essere memorizzati su un file per una successiva elaborazione in studio, con altri apparecchi informatici. Successivamente il processore di immagine interno alla fotocamera trasforma questi dati, cioè calcola le componenti primarie mancanti su ogni pixel (RGB) e rende compatibili i dati di immagine con i normali sistemi di visualizzazione di immagini (generalmente nel formato JPG o TIFF a seconda delle esigenze per le quali è destinata la fotocamera) ed infine immagazzina il file elaborato in una memoria a stato solido (Compact Flash, Secure Digital, etc).

La qualità di una foto digitale è la somma di svariati fattori, alcuni riconducibili alle proprietà tipiche delle macchine fotografiche reflex. Il numero di pixels (di solito indicato in megapixel, o milioni di pixel) è solo uno dei fattori da considerare, sebbene sia di solito quello più marcato dalle case di produzione.

Da considerare vi sono anche, ad esempio:
- la qualità delle ottiche
- il tipo e la qualità del sensore utilizzato
- il formato di cattura e memorizzazione delle immagini (Raw, Tiff, Jpeg)
- il sistema di elaborazione interno, compresi gli algoritmi di elaborazione immagine

Il fattore più critico tra quelli elencati più sopra è comunque il sistema che trasforma i dati grezzi (in iglese "raw") in un'immagine fotografica.

NUMERO DI PIXELS E QUALITÀ DELL'IMMAGINE

La analilsi del rapporto fra numero di pixel e qualità delle immagini è uno dei temi centrali per capire quali sono gli elementi che danno valore ad una fotocamera digitale ed alle fotografie da essa prodotte.
Il numero dei pixel è un parametro che sta ad indicare la RISOLUZIONE (cioè è un indicatore del più piccolo dettaglio della scena fotografata e registrato dalla fotocamera digitale, come vedremo più avanti), ma per capire la qualità complessiva dell'immagine, insieme alla questione della dimensione del dettaglio fotografabile (tanto più piccolo, quanto più grande è la risoluzione), occorre invocare anche numerosi altri fattori quali la fedeltà cromatica di ogni pixel e la qualità delle ottiche e dei sensori.
In un'immagine digitale il numero di pixels viene calcolato semplicemente moltiplicando il numero di pixel della base dell'immagine per il numero di pixel dell'altezza. Ad esempio un'immagine di 1,92 Megapixel (equivalenti a 1.920.000 pixel) sono il risultato di un'immagine di 1600x1200 pixel.
Il megapixel, letteralmente "milioni di pixel" è un multiplo del pixel (mega = 1 milione), unità di misura adeguata ed utile a comprendere la quantità totale di pixel presenti nel sensore. Il valore indicato è comunque approssimativo in quanto una parte dei pixel (in genere quelli periferici del sensore) servono al processore d'immagine per avere informazioni sul tipo di esposizione (ad esempio sulla luminosità della scena) e ricoprono in pratica il ruolo di "pixel di servizio". Dunque un sensore può essere dotato di 9,20 megapixel, ma registrare immagini di 9,10 megapixel (senza approssimazione i valori potrebbero essere 9.106.944 pixel, che corrispondono ad un'immagine di 3.488 x 2.616 pixel).
La maggior parte delle macchine fotografiche digitali compatte è in formato 4:3 (1600x1200, 800x600, ...), mentre nelle reflex digitali (DSLR=Digital Single Lens Reflex) e in alcune fotocamere compatte (con obiettivo non intercambiabile) di fascia alta ("SLR-like" o anche chiamate "prosumer") si utilizza generalmente il rapporto classico 3:2 delle fotocamere a pellicola.

Per quanto riguarda i sensori va detto che gli indici di qualità sono almeno i seguenti:
- capacità di produrre immagini di alta qualità
- velocità di cattura delle immagini.

Come anticipato sopra, occorre fare delle distinzioni concettuali fra alcuni elementi che costituiscono il sensore per analizzare alcuni fattori di qualità della fotografia digitale ed anche per capire il sistema fotografico digitale. Pertanto le descrizioni che seguono relative a photosite, elemento unitario fotosensibile (o photodetector) e pixel si ritengono necessarie per chiarire, sia la modalità di funzionamento dei vari tipi di sensori usati in fotografia digitale, sia per evitare confusione e quindi fraintendimenti sulla reale risoluzione delle immagini prodotte con i vari sensori.
La risoluzione è infatti uno dei fattori più evidenziati nelle caratteristiche delle fotocamere digitali, ma dalla analisi delle caratteristiche tecniche, sia di fotocamere, sia specificamente di sensori, questa distinzione non è sempre chiaramente ed univocamente dichiarata.
Nelle specifiche tecniche, probabilmente per ragioni di marketing, non distinguere pixel da photodetector consente di indicare valori numerici maggiori, fatto, questo, che forse si ritiene abbia più efficacia in termini di comunicazione commerciale.

Il photosite. Per comprendere i fattori che determinano la qualità delle immagini dal punto di vista del sensore occorre considerare specifici elementi tecnologici dei sensori che impongono la introduzione del concetto di "photosite" (che può essere definito come "luogo di cattura del più piccolo dettaglio dell'immagine").
Mentre il pixel è un concetto informatico che descrive le caratteristiche cromatiche del più piccolo dettaglio dell'immagine, il quale permette quindi, composto con altri pixel, di formare l'intera immagine, il "photosite" è un concetto che rimanda ad un luogo fisico (uno spazio con uno o più elementi fotosensibili a seminconduttore) e che dice il modo con cui vengono catturati i singoli elementi che formano le immagini.

L'elemento unitario fotosensibile. La funzione dell'elemento fotosensibile (chiamato anche photodetector) è quella di trasformare un flusso luminoso in un segnale elettrico di intensità proporzionale alla intensità del flusso luminoso in quel punto. In entrambe le tecnologie (CCD e CMOS) l'elemento unitario fotosensibile riesce dunque a registrare solamente livelli di intensità di luce monocromatica. Poiché come si vedrà più avanti ogni colore può essere riprodotto dalla mescolanza di tre componenti primarie della luce (Rosso, Verde, Blu - RGB ), dall'elemento unitario fotosensibile occorre ottenere un segnale elettrico relativo alla componente R o alla componente G o a quella B. Questo lo si ottiene filtrando la luce che investe l'elemento fotosensibile con filtri ottici in modo che su di esso giunga solamente la componente desiderata. Questo principio vale per tutte le tecnologie costruttive e per tutte le tipologie di sensori. Nelle fotocamere digitali possiamo trovare sensori aventi photosites che hanno un solo photodetector, due o tre photodetector. Poiché ogni pixel, come si può comprendere nel paragrafo successivo, deve contenere informazioni, dati, su ognuna delle tre componenti primarie della luce, è evidente che se in un photosite si trova un solo photodetector, occorrerà calcolare per interpolazione cromatica i dati relativi alle due componenti mancanti; se nel photosite vi sono tre photodetector ogni componente monocromatica primaria sarà rilevata e nulla andrà calcolato. Come spiegato dettagliatamente da un punto di vista costruttivo più avanti, vi è al momento un particolare tipo di sensore il Super CCD SR a marchio Fuji che ha due photodetector specializzati in ogni photosite. Questi però non catturano due componenti cromatiche diverse, ma due intensità diverse di flusso luminoso della stessa componente cromatica. In questi sensori - dotati di Color Filter Array - l'effetto che si ottiene con una tale struttura dei photosite è quello di avere una GAMMA DINAMICA maggiore nelle immagini catturate.

Il pixel. Poiché l'immagine finale è formata da pixel occorre innanzitutto spiegare in che modo il pixel, qualunque pixel, descrive le caratteristiche cromatiche (il colore) di quel dettaglio dell'immagine. Per questa ragione va premesso che un modo per riprodurre qualunque colore nello spettro della luce visibile (dal rosso cupo al violetto) è quello di proiettare tre raggi di luce relativi alle tre componenti monocromatiche ROSSE (R), VERDI (G) E BLU (B) dosandoli adeguatamente in intensità per ottenere il colore voluto (una bassa intensità di ogni componente primaria tende al nero, un'alta intensità tende al rispettivo colore saturo R, G o B).
Questo metodo di sintetizzare i colori (ogni colore) con la luce si chiama mescolanza o sintesi additiva e si attua con i tre colori primari della sintesi additiva (RGB: Rosso-R Verde-G Blu-B). Quando invece si ha a che fare con mescolanza di pigmenti (inchiostri, quindi, non luce) si parla di sintesi o mescolanza sottrattiva ed i tre colori base sono CMYK, ovvero Ciano (C), Magenta (M) e Giallo (Y), che sono i tre colori complementari del Rosso Verde e Blu. La sintesi sottrattiva è quella usata in stampa (anche domestica) dove si aggiunge inoltre un inchiostro con un colore chiave (K=key), il nero, per compensare le inevitabili impurità di colore dei tre pigmenti CMY al fine di migliorare la fedeltà cromatica delle tonalità scure delle immagini. Un file di immagini destinato alla fruizione su monitor (pubblicazione su internet) o su dispositivi di proiezione avrà dunque uno SPAZIO COLORE diverso da un file di immagini destinato ad una tipografia che stampa in quadricromia. Nel primo caso lo spazio colore sarà RGB, nel secondo sarà CMYK. Lo spazio colore è un modello matematico che descrive le possibilità di riprodurre in modo percepibile dall'occhio umano tutte le tonalità della luce visibile, vi sono dunque spazi colore diversi per diversi dispositivi che possono riprodurre i colori. Per quanto riguarda l'RGB si ha la variante sRGB e la variante AdobeRGB che differisce dalla prima per la sua capacità di rappresentare una gamma cromatica più ampia. Le fotocamere digitali producono normalmente immagini con una delle varianti RGB. I sistemi professionali di elaborazione delle immagini hanno tuttavia la possibilità di convertire fedelmente dei files di immagini digitali da uno spazio colore ad un altro. Per consentire la formazione di un'immagine fotografica digitale fedele, ogni pixel deve contenere quindi informazioni (dati) su ognuna delle tre componenti RGB.

Nelle fotocamere digitali sono sostanzialmente tre i metodi con cui si forma l'immagine:
- quello dei sistemi basati sul color filter array - C.F.A.
- quello dei sistemi basati sui sensori a marchio Foveon
- quello dei sistemi basati sui sensori Fujifilm "Super CCD SR" con C.F.A.
Sistemi con C.F.A.. Nei sistemi con Color filter array (con Filtro Bayer RGB o RGB-E) - che possono essere costruiti sia in tecnologia CCD o C-MOS - ogni photosite ha un solo elemento fotosensibile e cattura una sola delle tre componenti (o R, o G, o B), in questo modo le altre componenti di ogni pixel devono essere calcolate dal processore d'immagine attraverso una procedura di interpolazione. Così il prodotto finale di una fotocamera per es. da 3,4 Megapixel è un file con 3,4 megapixel dove ogni pixel ha le tre compomenti RGB, ma una è realmente catturata dall'elemento fotosensibile e due calcolate.

Sistemi basati su FOVEON

Nei sistemi invece basati su sensori FOVEON (costruiti in tecnologia CMOS) ogni photosite cattura tutte e tre le componenti RGB, dunque vi sono tre elementi fotosensibili su ogni photosite. Qui per ottenere un'immagine finale da 3,4 Megapixel occorre avere un sensore con 10,2 milioni di elementi fotosensibili collocati in 3,4 milioni di photosite, ogni photosite è composto da tre strati, su ogni strato è collocato un photodetector. Qui ogni photosite (che numericamente) corrisponderà al pixel, ha tutte e tre le componenti RGB catturate da tre elementi fotosensibili e nessuna delle tre componenti è stata stimata con una procedura di calcolo. Purtroppo a tutt'oggi (aprile 2007) la mancata distinzione fra photosite, pixel ed elemento fotosensibile genera una non immediata comprensione della risoluzione dell'immagine prodotta. Infatti se può essere vero che le immagini finali hanno una migliore resa cromatica ed una minore presenza di interferenze (come l'effetto Moiré), è altrettanto vero che 10,2 milioni di elementi fotosensibili danno origine ad una immagine con una risoluzione di 3,4 megapixel. Le specifiche tecniche del sensore FOVEON testualmente recitano: "Total number of pixel sensors in image sensor: Effective Pixels: 10.2 million pixels (3.4R, 3.4G, 3.4B), 2268 columns x 1512 rows x 3 layers". Solo un tecnico con buone conoscenze nel campo della informatica grafica comprende immediatamente che con quei 10,2 megapixel si producono con FOVEON immagini da 3,4 megapixel, mentre un normale utilizzatore potrebbe essere indotto a ritenere che il sensore produca immagini con una risoluzione maggiore di quella reale. È evidente che se fosse introdotto e correttamente applicato il concetto di photosite sarebbe immediatamente chiaro che in quel sensore vi sono 3,4 milioni di photosite ognuno dei quali contiene tre elementi fotosensibili e il risultato è un file di immagine da 3,4 milioni di pixel. Solo così si ritiene possa essere attribuito al pixel la corretta accezione informatica che esso possiede, e si eviterebbe di confondere pixel con elemento fotosensibile e con photosite.

Sistemi basati su sensori Fujifilm "Super CCD SR" con C.F.A.

I sensori FUJI "Super CCD SR" sono dotati di color filter array, quindi ogni photosite cattura un'immagine monocromatica, ma all'interno vi sono ugualmente due elementi fotosensibili:
uno di forma ottagonale, più grande rispetto al secondo, per catturare tutta la luce possibile incidente sull'elemento fotosensibile. Per questi fattori costruttivi questo photodetector è molto sensibile e quindi cattura con ridotto rumore di fondo le luci di bassa intensità. Questo significa poter distinguere gradazioni diverse di intensità luminosa anche per luci molto basse, distinguendole così anche dai disturbi causati dal rumore elettronico del photodetector;
ed un altro di dimensioni più ridotte rispetto al primo per garantire una buona risposta anche in presenza di luci molto alte, il che significa poter distinguere gradazioni diverse di intensità anche per per luci molto intense.
Questo accorgimento è stato studiato per consentire di ottenere immagini con una dinamica molto più elevata rispetto ad altri sensori, il che significa avere immagini con sfumature distinguibili su una maggiore estensione di luminosità rispetto ad altri sensori. L'effetto finale è che in una stessa scena si possono distinguere così contemporaneamente, sia le sfumature delle zone scure della scena ripresa, sia quelle più luminose. Con questi sensori le immagini catturate con 12 milioni di elementi fotosensibili producono immagini con una risoluzione di 6 megapixel. La Fujifilm nelle specifiche tecniche del sensore parla 12 milioni di pixel (per una risoluzione finale delle immagini di 6 megapixel), ma nelle descrizioni introduce il concetto di photosite.

FEDELTA' CROMATICA E PROFONDITA' COLORE

La fedeltà con la quale vengono riprodotti i colori dipende sia dalla tipologia dello spazio colore adottato (sRGB o AdobeRGB), ma anche dalla profondità colore con cui è registrato un file. Questo è un parametro che indica il dettaglio cromatico cioè l'intervallo minimo possibile fra due gradazioni di colore. Maggiore è la profondità colore (che si indica in bit), minore è l'intervallo fra due gradazioni di colore.

IL FORMATO RAW E IL NEGATIVO DIGITALE

INTRODUZIONE

Le moderne macchine fotografiche digitali permettono di scegliere fra differenti formati di memorizzazione delle immagini ognuno con in suoi pregi e gli inevitabili difetti.

Il più diffuso è il classico JPEG (o jpg). Sviluppato verso la metà degli anni 80, il formato Jpeg consente la memorizzazione di immagini di qualità fotografica di dimensioni minori rispetto all'originale. Questo è possibile grazie ad un algoritmo di COMPRESSIONE che a fronte di una consistente riduzione delle dimensioni introduce una certa perdita di dettaglio. Minore sarà la dimensione del file, peggiore sarà la qualità dell'immagine.

Se invece desideriamo ottenere la massima qualità possibile, potremo utilizare uno dei tanti formati NON COMPRESSI, caratterizzati cioè dalla capacità di mantenere il massimo dettaglio dell'immagine e delle informazioni relative al colore. Il più comune è il formato TIFF. Sebbene almeno in linea teorica la scelta migliore sia quella di puntare alla massima qualità, l'utilizzo del formato TIFF risulta impraticabile a causa delle dimensioni spesso ingestibili dei file memorizzati che ben presto finiranno per riempire anche la più capiente scheda di memoria.

Che fare quindi ? Esiste una soluzuione ?

IL FORMATO RAW

Fortunatamente, almeno in questo caso, il problema è stato risolto con l'introduzione di una terza tipologia di immagini definite RAW.

Dall'inglese RAW che significa grezzo, non ancora lavorato, questo termine fa riferimento all'immagine non ancora elaborata proveniente direttamente dal sensore della macchina digitale.

Brevemente, come molti di voi sapranno, il processo che genera un'immagine fotografica può essere sintetizzato in 4 passaggi.

1. Esposizione del sensore alla luce

2. Trasformazione della luce da parte del sensore in impulsi elettrici

3. Elaborazione del segnale

4. Memorizzazione

L'intuizione sta nell'eliminare il terzo passaggio, memorizzando direttamete i dati grezzi (da qui il nome RAW) provenienti dal sensore nella scheda di memoria.

Per la natura stessa dei dati è anche possibile applicare una compressione che riesce a ridurre a circa 1/3 le dimensioni rispetto all'originale senza però alcuna perdita di qualità. Il file finale sarà più piccolo ma quando verrà visualizzato conterrà esattamente le stesse informazioni che conteneva prima di essere comrpesso.

Il file memorizzato conterrà quindi tutte le informazioni che il sensore sarà stato in grado di catturare e avrà dimensioni contenute in modo da non occupare molto spazio sulla scheda di memoria.

Come forse avrete già intuito, essendo il file ancora "incompleto", "grezzo", non sarà visualizzabile direttamente come immagine ma necessiterà di un ulteriore elaborazione.

In questo caso le operazioni finali sono demandate ad un software esterno alla fotocamera che si occuperà tra le altre cose di impostare saturazione, nitidezza, contrasto, etc.

VANTAGGI

I file RAW sono divenuti una scelta comune per molti fotografi, perchè danno parecchi vantaggi, tra cui:

- Conservano il numero massimo di dati relativi all'immagine digitale.
- Danno maggiore controllo creativo con le immagini digitali.
- Abilitano la più alta qualità di immagine possibile.
- Permettono installazioni flessibili come l'esposizione ed il bilanciamento del bianco dopo che l'esposizione è stata regolata.
- Eliminano le limitazioni delle macchine fisse.
- Migliorano continuamente la qualità dell'immagine perchè i programmi per il trattamento dei file RAW avanzano.
- Forniscono un formato d'immagine per l'archiviazione che, potenzialmente, può competere con l'utilità e la durata delle pellicole.

Inoltre il formato RAW garantisce una definizione del colore superiore perchè molto spesso i dati sono memorizzati a 16 bit contro gli 8 bit del formato jpg. Questo significa migliore definizione delle mezzetinte e passaggi più graduali nelle sfumature. Inoltre le ombre avranno maggior dettaglio.

SVANTAGGI

Il principale svantaggio è ancora una volta la dimensione del file finale che, pur risultando meno grande del corrispondente file in formato Tiff è di gran lunga più voluminoso di quello generato usando la compressione jpeg.

In secondo luogo il lavoro richiesto in postproduzione per ottenere l'immagine finale è molto maggiore rispetto all'utilizzo di file jpeg.

Infine, a differenze degli altri formati di memorizzazione, il file RAW non è universale ma dipende strettamente dal sensore che lo ha generato. Per questo motivo tutte le case produttrici di macchine fotografiche digitali includono nelle confezioni pacchetti software più o meno avanzati per la conversione del file RAW in jpeg o Tiff.

In alternativa esistono software prodotti da terze parti (come Adobe Ligtroom) capaci di svolgere lo stesso lavoro fornendo, il più delle volte, utili strumenti di archiviazione o gestione delle immagini.

I "PERICOLI" LEGATI AL FORMATO RAW

I cambiamenti non documentati dei file "grezzi" sono già costati agli utenti di immagini RAW parecchio tempo e denaro.

Il movimento "Open Raw" vuole che i produttori di macchine fotografiche documentino pubblicamente i loro formati di immagine RAW, per il passato, il presente ed il futuro. Lo scopo è di incoraggiare la conservazione delle immagini e dare la possibilità agli autori delle foto di avere creatività all'interno del procedimento di trattamento delle immagini. A tale proposito OpenRaw chiede un'informazione ed una documentazione che siano aperte, sia relativamente alla conservazione dei dati RAW, sia sulle installazioni delle macchine fotografiche da parte dei fotografi stessi.

Mentre l'uso dei formati RAW è in aumento, i problemi creati dai loro limitati e chiusi formati proprietari sta diventando sempre più evidente.

I formati RAW proprietari rappresentano molti dubbi per i fotografi e per tutti coloro che usano le macchine digitali. Questi problemi includono:

Limitazione alle scelte ed alla creatività. L'accesso ai dati RAW dà un maggiore controllo sul processo di creazione dell'immagine finale. La documentazione pubblica dei formati RAW rende più facile lo sviluppo di programmi RAW alternativi. Questo darebbe più opzioni ai fotografi per realizzare le loro creazioni.

Riduzione delle scelte per i programmi di trattamento delle immagini. Molte programmi per il trattamento delle immagini sono fatti su misura per un tipo di risultato, ma le esigenze dei fotografi variano enormemente. I nuovi fotografi potrebbero avere bisogno di lavorare con tante immagini in poco tempo, mentre i fotografi di alto livello potrebbero dover passare ore ed ore su ciascuna foto per ottimizzare innumerevoli dettagli. Solo i formati RAW aperti permettono agli sviluppatori di programmi di creare la più ampia varietà di trattamenti di immagini necessari a tutti i fotografi.

Ci sono probabilità che, col passare del tempo, molti file RAW saranno illeggibili o non potranno essere utilizzati per riprodurre l'interpretazione originale del fotografo. Molti fotografi hanno già archivi estesi di file RAW ma solo ora si rendono conto del rischio che corrono usando i file RAW come loro archivio principale. Nessuno è in grado di stabilire per quanto tempo ancora un file RAW sarà supportato dal produttore della macchina fotografica (nemmeno le ditte stesse lo sanno).

Costi in aumento e sviluppo dei software per il trattamento delle immagini rallentato. Con più di 100 tipi di formati RAW, la digitalizzazione di ogni tipo di formato è diventata un compito scoraggiante. Gli sviluppatori di software per la catalogazione, per l'archiviazione e per il trattamento delle immagini devono impiegare molte risorse costose per decodificare ed interpretare i formati proprietari. Inoltre, molti formati di immagini permettono l'uso di altri dati per la gestione e la rappresentazione delle immagini. Questi dati sono fondamentali per un processo efficiente in molti settori della fotografia. Vista la mancanza di documentazione, molti sviluppatori limitano l'aggiunta di questi dati ai loro programmi per non rischiare che il file sia illeggibile.

Molti hanno suggerito, (ed Adobe lo ha creato) un formato aperto e comune per i file di immagine RAW, che tutti i produttori di macchine digitali possono utilizzare come soluzione a questo problema. Un formato RAW comune, apertamente documentato ed usato da tutti i produttori potrebbe essere un modo per raggiungere gli obiettivi di Open Raw, ma non è l'unico.

La documentazione aperta di tutti i file RAW dei produttori è il modo più veloce per realizzare gli obiettivi di OpenRaw.

IL NEGATIVO DIGITALE (DNG)

I formati di file RAW stanno diventando sempre più conosciuti nei flussi di lavoro della fotografia digitale perché consentono ai creativi professionisti un maggior controllo sui propri progetti. Tuttavia, le fotocamere utilizzano spesso formati diversi, le cui specifiche non sono sempre disponibili. Ciò significa che non tutti i file RAW possono essere letti da tutte le applicazioni software. Di conseguenza, l'utilizzo di file RAW proprietari come soluzione di archiviazione a lungo termine può risultare rischioso e la condivisione di tali file attraverso flussi di lavoro complessi estremamente difficile.
Esiste una soluzione a questo problema in continua crescita? Il formato Digital Negative (DNG) è un formato di archiviazione disponibile pubblicamente per i file RAW generati dalle fotocamere digitali. Il formato DNG colma la mancanza di uno standard aperto per i file RAW creati dai singoli modelli di fotocamere, garantendo ai fotografi un accesso costante ai propri file.
A un anno dalla sua introduzione, numerosi produttori di software come Extensis, Canto, Apple e iView hanno sviluppato il supporto del formato DNG. Inoltre, prestigiose marche fotografiche quali Hasselblad, Leica, Ricoh e Samsung hanno lanciato sul mercato fotocamere dotate di supporto DNG diretto.

Vantaggi principali per i fotografi:
Il formato DNG favorisce la riservatezza degli archivi, in quanto le soluzioni software di elaborazione digitale delle immagini permetteranno in futuro di aprire e leggere più facilmente i file RAW.
È possibile gestire file RAW provenienti da vari modelli di fotocamere e da diversi produttori in un flusso di lavoro più efficiente utilizzando un'unica soluzione di elaborazione dei dati RAW.
I produttori di fotocamere potranno adottare facilmente un'unica specifica documentata pubblicamente e immediatamente disponibile, che può essere adattata e aggiornata in base alle esigenze e ai progressi tecnologici futuri.

Vantaggi principali per produttori di hardware e software:
Il formato DNG rimuove una potenziale barriera all'adozione di una nuova fotocamera, dato che i file RAW dei nuovi modelli sono perfettamente supportati da Photoshop e altre applicazioni.
Il formato DNG consente di risparmiare sulla ricerca e sullo sviluppo in quanto elimina la necessità di progettare nuovi formati e semplifica il collaudo delle fotocamere.
L'universalità del formato consente un maggior controllo sulla qualità delle conversioni da parte di applicazioni di terze parti.
Inoltre, è possibile aggiungere metadati privati ai file DNG per un'ulteriore differenziazione.

A

INTRODUZIONE AD ADOBE LIGHTROOM


Che cos'è Adobe Lightroom?

Adobe Lightroom è una programma che offre una gamma completa di strumenti che aiutano a semplificare il lavoro del fotografo dallo scatto alla presentazione.

Posso sostituire Photoshop con Lightroom?

Lightroom NON E' UN PROGRAMMA DI FOTORITOCCO, per cui se abbiamo bisogno di effettuare delle modifiche più avanzate dobbiamo utilizzare Photoshop.

Dove risiede allora il vantaggio di Lightroom?

Lightroom costituisce un'interfaccia avanzata per la gestione di files RAW in gruppo, permettendo non solo una selezione iniziale degli scatti realizzati ma anche l'elaborazione degli stessi atraverso una serie molto completa di strumenti (più completa del plug-in Adobe Camera Raw, per intenderci). La compatibilità fra Lightroom e Photoshop (o meglio, fra Lightroom e Camera Raw) consente di gestire i files direttamente da Lightroom anche nel caso in cui dovessimo apportare modifiche avanzate in Photoshop.
Potremmo definire Lightroom l'anticamera di Photoshop e, se le immagini di partenza sono "buone", ovvero non necessitano di grandi aggiustamenti, possiamo anche saltare il passagio in Photoshop.

Quali sono i punti di forza di Lightroom?

- Rende il lavoro di selezione più efficente
- Semplifica l'elaborazione dei files RAW
- Aiuta ad avere una visione più ampia del progetto,
che comprende anche la fase di presentazione

Com'è fatto Lightroom?

Di fatto, Adobe Lightroom si compone di cinque moduli:
- la LIBRERIA serve ad organizzare le immagini
- lo SVILUPPO consente di apportare quelle modificazioni
necessarie al trattamento dei files RAW
- lo SLIDESHOW, la STAMPA ed il WEB semplificano
la PRESENTAZIONE delle immagini su differenti MEDIA

Quali sono le differenze con altri programmi come Adobe Bridge o Nikon View NX, tra gli altri?

Notiamo che Lightroom NON E' UN BROWSER, per cui se vogliamo utilizzare gli strumenti che ci mette a disposizione dobbiamo IMPORTARE le immagini nella libreria di Lightroom. Il termine "importare" si riferisce alla crezione di anteprime ad alta risoluzione nella libreria (Catalog) di Lightroom, che poi verranno utilizzate al posto dei files originali per tutte le fasi della selezione, elaborazione e presentazione delle immagini.

Lightroom è compatibile con altri programmi che non siano di Adobe?

Tutti gli aggiustamenti apportati al nostro file digitale vengono registrati "a parte", in un formato che viene denominato XMP (definizione) e "accompagna" il file lungo tutti i passaggi all'interno dei diversi software dedicati alla sua elaborazione. Il grande vantaggio è proprio questo: le modificazioni apportate al file originale vengono registrate a parte, e non intaccano in nessun modo il nucleo centrale dell'immagine, che è costituito dall'insieme di informazioni "grezze" catturate dal sensore.

Il PROBLEMA è che ogni programma di elaborazione digitale delle immagini scrive questa serie di modifiche in maniera propria e incompatibile con le altre; per questo motivo le modifiche saranno visibili ed effettive solo all'interno di un sistema che riconosca quel particolare modo di registrazione dei dati XMP. Per esempio, le modifiche relative alla saturazione o al bilanciamento del bianco apportate da Nikon Capture NX verranno registrate accanto al file, il quale apparirà sotto la sua nuova veste soltanto se visualizzato o aperto da un programma Nikon compatibile con NX.
Nel momento in cui aprirò quello stesso file con Lightroom, o Adobe Camera Raw, quelle modifiche saranno semplicemente ignorate dal programma Adobe perché incapace di leggerle ed applicarle.

Il discorso vale anche al contrario, ovvero tutte le modifiche apportate attraverso Lightroom o Camera Raw verranno ignorate da un programma non appartenente alla famiglia Adobe, come Nikon Capture NX.

Quindi, in un ideale percorso che va dallo scatto, passando per l'importazione del file sul computer, per arrivare fino al fotoritocco in Photoshop e al salvataggio in Tiff, Psd o Jpeg, dovrò secegliere PRIMA se effettuare la lavorazione intermedia attrraverso il sistema in codice proprietario (es. Nikon) oppure attraverso un'applicazione che utilizza un codice generico o "aperto" come Adobe, che utilizza il DNG (digital negative).

Che cos'è il DNG?

Adobe consiglia di convertire i formati proprietari nel formato DNG a causa della possibilità (peraltro remota) che da un giorno all'altro Nikon o Canon (o qualsiasi altra ditta produttrice di fotocamere digitali e quindi di formati proprietari) possa chiudere i battenti (o più semplicemente creare software nuovi che non leggono i formati di qualche anno più vecchi) e lasciare molti fotografi con delle immagini non più utilizzabili...

Adobe tuttavia non si preoccupa di avvertire che una volta convertito un file Nikon in DNG non può più essere aperto (almeno al momento) da un'applicazione non appartenente alla famiglia Adobe, come Capture NX!

In realtà, l'idea del "negativo digitale" aperto a tutti funziona solo all'interno del sistema Adobe, e sembra quasi rappresentare un tentativo di portare un numero sempre più vasto di utenti verso la scelta di software Abobe piuttosto che di applicazioni concorrenti.

LIGHTROOM: SCORCIATOIE DA TASTIERA

Tasto: I
Funzione: mostra info foto (numero file, ISO, diaframma e otturatore, obiettivo)

Tasto: TAB
Funzione: mostra/nascondi pannelli laterali

Tasto: SHIFT+TAB
Funzione: mostra/nascondi pannelli laterali + sopra e sotto

Tasto: F
Funzione: amplia/riduci interfaccia Lightroom

Tasto: E
Funzione: amplia singola immagine, ritorna a Library dal modulo Develop (FIT)

Tasto: D
Funzione: passa a modulo Develop

Tasto: G
Funzione: ritorna alla libreria

Tasto: Z
Funzione: zoom 100%

Tasto: L
Funzione: isola immagine dal contesto, scurisci contorno

Tasto: T
Funzione: mostra/nascondi Toolbar

LEZIONE N°1: LAVORARE SUI CATALOGHI


Il CATALOGO non è altro che una LIBRERIA dove sono archiviate tutte le informazioni che servono a Lightroom per gestire le immagini.

Può succedere che dopo l'installazione, una finestra di dialogo mi avverta che nessun catalogo è stato trovato. Dovrò quindi scegliere l'opzione "Create New Catalog": Lightroom creerà un nuovo database con estensione ".lrcat" dove immagazzinerà tutti i dati necessari alla gestione delle immagini una volta che deciderò di importarle.

LE ANTEPRIME AD ALTA RISOLUZIONE E I METADATI SONO ALL'INTERNO DEL CATALOGO, ciò rende possibile lavorare anche "off-line" ovvero in assenza dei files "di riferimento" sul computer.

Lightroom supporta più di un database, significa che posso creare un NUOVO CATALAGO e salvarlo ovunque lo desideri (ad esempio su un disco esterno) per poi utilizzarlo su altri computers. Lavorare su diversi cataloghi risulta utile quando, ad esempio, voglio mantenere separati due o più lavori per differenti progetti o clienti.
Per creare un nuovo catalogo dovrò aprire la finestra "File" e selezionare "Create New Catalog", quindi selezionare la posizione che prefersico sul mio computer.
Posso passare da un catalogo all'altro semplicemente attraverso il comendo "Open Catalog" ma non posso gestire più cataloghi in una volta.

Nel menu delle PREFERENZE, alla voce "Default Catalog" posso scegliere se caricare ogni volta un catalogo predefinito oppure fare in modo che Lightroom ad ogni apertura mi chieda quale catalogo deisdero utilizzare. In questo caso dovrò selezionare "Prompt Me When Starting Lightroom".

Esiste una sezione specifica chiamata CATALOG SETTINGS in cui vi sono delle impostazioni specifiche, in particolare per la gestione del back up e della previsualizzazione delle immagini (anteprime). Nella sezione "File Handling" possiamo impostare la dimensione delle anteprime che Lightroom utilizzerà nel modulo "Library". Nel modulo "Develop" invece Lightroom utilizzerà direttamente una copia del file RAW, in modo da garantire una pre-visualizzazione perfetta de risultati delle modifiche apportate in questa sezione.
Nella sezione "Metadata" abbiamo la possibilità di scegliere come salvare le modifiche apportate a files NON-RAW, come il Tiff, il Jpeg ed il PSD, ovvero possiamo scegliere se trattarli COME SE FOSSERO DEI FILES RAW e quindi "scrivendo" le modifiche DI FIANCO AL FILE invece che salvare direttamente una nuova versione dello stesso, come si fa abitualmente in Photoshop ad esempio.
Per quanto riguarda il file RAW, questa opzione è già di default e rappresenta l'unica maniera possibile di gestire le modifiche in Lightroom. In questo caso, l'ultima opzione ci consente di SALVARE AUTOMATICAMENTE le modifiche all'interno dei files XMP che si trovano accanto ad ogni singola immagine dal momento in cui la apriamo nel modulo "Develop". Il salvataggio automatico riduce leggermente le prestazioni di Lightroom, per cui possiamo anche scegliere di salvare manualmente i cambiamenti all'interno del file XMP quando lo riteniamo più opportuno.

Se torniamo al pannello delle PREFERENZE ed entriamo nella sezione "Presets", nella parte più bassa troviamo l'opzione "Strore Presets with Catalog": questa opzione ci consente di salvare metadati, templates ed altri presets personali insieme al catalogo. Questo risulta comodo quando voglio ad esempio usare il mio catalogo su un computer differente (che ovviamente ha installato Lightroom) e ritrovare i miei presets.

Potremmo pensare che la gestione di tutte queste variabili rappresenti un lavoro lungo ed inutile, a confronto con altri programmi più semplici (come Adobe Bridge o Nikon View NX) ma in realtà esistono ottime ragioni per UTILIZZARE LIGHTROOM INVECE CHE UN SEMPLICE FILE-BROWSER:

- Lightroom immagazzina tutte le informazioni relative alle immagini (METADATI) e le utilizza per effettuare RICERCHE basate su parametri normalmente non utilizzati dai comuni browsers di immagini

- Posso lavorare anche su immagini che si trovano OFF-LINE, ovvero su un hard disk che in quel momento non si trova con noi

- lavorare su cataloghi ci consente di SEPARARE I LAVORI per diversi clienti, garantendo un'organizzazione del lavoro più efficente

- Lightroom memorizza tutte le MODIFICHE AI FILES RAW apportate in sede di correzione delle immagini e le recupera ad ogni apertura, consentendo un editing non distruttivo.

- Le funzioni di Slideshow, Stampa e Web rappresentano inoltre il completamento ideale per la PRESENTAZIONE delle immagini

LEZIONE N°2: L'INTERFACCIA UTENTE

Per avere una panoramica dell'interfaccia di Lightroom possiamo aprire il menu HELP e cliccare su "The Five Rules". La prima "regola" ci mostra il "Module Picker": in Lightroom sono presenti CINQUE MODULI che rispecchiamo una sucessione ideale del lavoro del fotografo, che va dalla selezione delle immagini alla loro presentazione.

I 5 Differenti moduli sono:

- Library
- Develop
- Slideshow
- Print
- Web

La regola numero 2 ci mostra che ogni modulo possiede dei PANNELLI, ognuno dei quali racchiude una serie di STRUMENTI SPECIFICI a seconda che ci troviamo in un modulo o nell'altro (gli strumenti presenti in Library non sono gli stessi del modulo Develop e tantomeno quelli del modulo Slideshow, o Print).

Nella parte inferiore dell'interfaccia troviamo il FILMSTRIP, ovvero quello che noi chiameremmo il "rullino": qui troviamo tutte le immagini presenti in un determinato catalogo.

LEZIONE N°3: PERSONALIZZARE LIGHTROOM

Esiste un'opzione per PERSONALIZZARE l'intefaccia di Lightroom: ciñ serve non solo a rendere più bello e personale l'ambiente di lavoro, ma anche a "firmare" il nostro lavoro una volta che andremo a presentarlo attraverso uno slideshow, una pagina web o in stampa.
Per personalizzare l'interfaccia dobbiamo cliccare sul men principale a scomparsa "Lightroom" (in Windows è sotto "Edit") e selezionare "Identity Plate Set Up". Dovremo poi selezionare "Enable Identity Plate".
In automatico, Lightroom riporterà il nome di log-in, ma posso facilmente cambiarlo scegliendo diferenti caratteri, colori e dimensioni.

Posso salvare il mio IDENTITY PLATE in ogni catalogo, purtroppo sembra non sia possibile condividere quest'impostazione personalizzata tra diversi cataloghi per cui nel caso si creino diversi Catalogs bisgnerà ripetere l'operazione di personalizzazione.

E' possibile anche utilizzare un LOGO (in formato PNG O PSD).

LEZIONI NN° 4 E 5: IMPORTARE FILES IN LGHTROOM

Posso far si che ogni volta che inserisco nel mio computer una memory card contenente delle immagini, Lightroom si apra e mi chieda come desidero gestire questi files. In altre parole, possiamo utilizzare Lightroom come programma specifico per importare immagini sul nostro Mac o Pc. Perché ciò avvenga, devo verificare che sia attiva l'opzione "Show import dialog when a memory card is detected" che si trova nella sezione "Import" del pannello delle Preferenze.

Se NON desidero che Lightroom si avvi ogni volta che inserisco una memory card (o una chiavetta Usb contenente delle immagini) nel mio computer, è opportuno accertarsi che quest'opzione non sia attiva. In molti casi è meglio prima importare le immagini sul computer, nella cartella Immagini, o sul Desktop, o dove siamo più abituati, e successivamente "importare" le immagini nel Catalogo di Lightroom che preferiamo (possiamo eventualmente crearne uno per ogni progetto).


Nel caso in cui, al contrario, preferisca importare le immagini direttamente da Lightroom, avrò a disposizione una serie di strumenti per rinominare i files e le cartelle in base a diversi criteri.

In entrambi i casi, posso attribuire alle immagini delle TAG (o KEYWORDS, parole-chiave), modificare i METADATI relativi ai files in esame (possibilità di apporre numerose informazioni quali: descrizione della foto, autore, stato del copyright, informazioni di contatto, etc.) e persino "sviluppare" le immagini secondo alcuni PRESETS già presenti in Lightroom (Bianco e nero, sepia, foto antica, aumento del contrasto, etc.).
Naturalmente questi presets non avranno alcun effetto definitivo sui files originali, poiché verranno scritti nei files XMP che accompagnano ogni immagine modificata con Lightroom e si trovano nella stessa cartella dei files originali, accanto agli stessi).


Quando importiamo i files nella libreria di Lightroom (cioè in un "Catalog"), abbiamo diverse opzioni a disposizione: possiamo lasciare i files dove si trovano (tipicamente quando questi sono già presenti sul computer), importarli stabilendo una destinazione (nel caso si trovino su una memory card all'interno di una fotocamera, per esempio) oppure stabilire un percorso completamente nuovo sul computer. In ogni caso, abbiamo la possibilità di conservarli nel loro formato Raw originale (cioè nei diversi formati proprietari NEF, CRW, PEF, e chi più ne ha più ne metta) oppure di CONVERTIRLI in formato DNG (Digital Negative).
Il grande vantaggio del formato DNG è quello di stabilire (almeno nelle intenzioni) uno STANDARD CONDIVISO per i files Raw, ma in realtà la conversione in formato DNG preclude definitivamente l'utilizzo al di fuori dei programmi Adobe.
Ciò non rappresenta dunque, almeno per il momento, la soluzione ideale ai diversi problemi sollevati dall'utilizzo dei formati Raw proprietari.

IL MODULO DEVELOP
















ENTRIAMO IN "CAMERA OSCURA"

Accedendo alla sezione Develop, ci si trova nella "camera oscura" del programma, la parte più importante e che rende così potente e versatile Lightroom per il trattamento delle fotografie digitali.
Come vedremo molti dei comandi provengono dai plug-in Camera Raw di Adobe Photoshop, ma sono stati notevolmente migliorati (anche nella grafica) e resi più semplici da utilizzare. Molte di queste innovazioni sono apparse poi in Camera Raw 5.3 (l'ultima versione) di Adobe Photoshop CS4.
Una fondamentale differenza tra Photoshop e Lightroom è che queste funzioni non sono più legate ai soli file Raw, ma possono essere utilizzati anche su i file TIFF, JPEG e PSD, naturalmente ognuno di questi formati è legato ai sui limiti, comunque sia si possono ottenere risultati molto validi.
La possibilità di utilizzare i comandi tipici per la post produzione dei file Raw su file di diversi formati, si traduce in un indubbio vantaggio e semplificazione del flusso di lavoro, perché permette di utilizzare i medesimi strumenti, permettendo anche di applicare queste modifiche a più foto contemporaneamente, a tutto vantaggio di una velocità sorprendente nel flusso di lavoro. Senza dimenticare che le modifiche apportate in Lightroom non vanno ad intaccare il file originale (anche quando si tratta di Tiff o Psd o Jpeg) poiché vengono registrate sul file XMP al lato dello stesso. Questo fa si che in ogni momento possiamo cambiare le impostazioni accedendo sempre alla foto originale.


I PANNELLI DI SINISTRA

Come per tutti gli altri moduli, anche Develop è suddiviso in 4 pannelli principali: due laterali., uno sopra e uno sotto l'immagine aperta per le regolazioni.
Nella fascia di sinistra sono presenti le aree Navigator, Preset, Snapshoot e History.

Vediamo a cosa servono:

Navigator
Analogamente a quanto visto nel modulo Libray, Navigator mostra un'anteprima della foto selezionata ed è in grado di mostrare "in anticipo" quello che accadrebbe se applicassimo ad esempio un Preset. Se si fa clic su FIT, la foto selezionata apparirà a tutto schermo nella parte centrale del programma. E' la visualizzazione di default quando apriamo un'immagine nel modulo Develop.

FILL ingrandisce la foto nell'area centrale fino a far combaciare la largehzza dell'immagine con il massimo spazio disponibile.

1:1 mostra la foto nelle sue dimensioni reali (100%), in questo caso nell'anteprima di Navigator appare un rettangolo che ci indica quale parte dell'immagine stiamo visualizzando. Otteniamo questa visualizzazione anche premendo sull'immagine o la barra spaziatrice, o in alternativa il taso Z.















Visualizzazione al 100%



Presets
Il pannello Presets contiene dei settaggi predefiniti "pronti all'uso", che permettono di applicare alle immagini alcune correzioni o effetti particolari, analogamente alle diverse tecniche di sviluppo nella fotografia tradizionale. Ad esempio è possibile applicare velocemente un effetto seppia, o convertire l'immagine in bianco e nero, oppure lasciare che il programma applichi una correzione alle curve. Per vedere un'anteprima delle modifiche apportate all'immagine dal Preset, è sufficiente passare sopra a uno di essi e immediatamente nel pannello Navigator apparirà un anteprima del risultato.
Le correzioni fatte con i Presets rappresentano una opzione molto utile quando dobbiamo lavorare su molte foto contemporaneamente.
Questa utilità è accresciuta dal fatto che possiamo creare anche noi dei nostri Preset, infatti basta effettuare delle regolazioni su una foto e poi premere sul pulsante +, posto nell'angolo in altro a destra del pannello, per salvare il vostro Preset personalizzato da riutilizzare in seguito.
Naturalmente, i preset possono anche essere un buon punto di partenza per cominciare a lavorare.
Un'applicazione molto importante dei Presets consiste nell'applicare ad un insieme di immagini un profilo colore specifico per una fotocamera. Nell'ultima sezione del modulo Camera Raw contenuto in Develop, troviamo infatti il settaggio Camera Calibration. Questo è impostato di default su "Adobe Standard" ma noi possiamo scegliere dal menu a scomparsa il profilo colore che più si avvicina a quello della nostra fotocamera ("Camera Standard, ad esempio) . Ciò è estremamente importante quando desideriamo avvicinarci il più fedelmente possibile al risultato pre-visualizzato sul monitor LCD della macchina fotografica in sede di realizzazione della fotografia.

Snapshots
La funzione di questo comando è quella di salvare diversi "scatti" che rappresentano ciascuno differenti step della stessa foto. In sostanza una volta importata e modificata, potete fare si che venga salvata l'immagine nello stato della lavorazione in cui si trova. Questo non comporta una duplicazione delle foto (non è come duplicare un livello, ad esempio), semplicemente vengono salvati i diversi settaggi applicati sino a quel punto.
Nel pannello Snapshots, anche se non avete salvato nessun scatto appare la scritta Import, che sta a indicare la situazione dell'immagine quando è stata importata.
L'utilizzo di questa funzione è davvero comoda se si desidera fare delle prove da confrontare, infatti di una stessa immagine se ne possono fare quante versioni si vuole occupando uno spazio irrisorio sull'Hard Disk.

History
Questo pannello, registra la cronologia delle operazioni che compiamo su una foto, funziona analogamente all'omonimo pannello History di Adobe Photoshop. Ogni operazione che eseguiamo vene registrata, questo permette di ritornare indietro nella lavorazione fino alla foto originale. Seguendo questa logica, nella parte alta della modulo troverete sempre l'ultima modifica effettuata.

Copy & Paste
In fondo al pannello di sinistra, sono presenti i pulsanti Copy e Paste, la loro funzione è molto utile e consiste nella possibilità di copiare i settaggi dati a una foto e incollarli su un'altra (o su molte altre), vedendo così applicati in un attimo le stesse modifiche fatte a un'altra foto o a un gruppo di foto. Naturalmente l'utilità di questa funzione è più evidente quando viene applicata a foto simili tra loro.
Per eseguire questa operazione, basta selezionare una foto, fare clic sul pulsante Copy, nella finestra Copy Settings selezionare o deselezionare le opzioni che vogliamo che vengano copiate e premere sul pulsante Copy. Selezionare le foto su cui vogliamo incollare i settaggi e premere su Paste, immediatamente vedrete le foto modificarsi.


I PANNELLI DI DESTRA

Sulla destra sono raggruppati tutti ti pannelli dediti alla correzione dell'immagine:

Histogram
Basic
Tone Curve
HLS/Color/Grayscale
Split Toning
Detail
Vignettes
Camera Calibration.

Vediamo nel dettaglio a cosa servono.


Histogram
Questo pannello mostra l'istogramma dell'immagine selezionata, ovvero la rappresentazione grafica dei valori di luminosità della foto.
La particolarità sta nel fatto che è "interattivo", ossia mostra l'istogramma in tempo reale quando si agisce sui cursori dei pannelli di correzione, non solo, se ci si posiziona sopra con il mouse, è possibile agire sulle 4 aree tonali: basta spostare il mouse a destra o a sinistra, per agire su ognuna delle 4 aree.
Posizionato sulla destra e sulla sinistra ci sono rispettivamente gli avvisi per le luci e le ombre (si attivano cliccando sui due triangolini posti ai lati dell'istogramma, in alto) che fanno apparire sull'immagine delle aree colorate quando si esce fuori gamma (rappresentano la possibile PERDITA DI DETTAGLIO rispettivamente nelle zone più scure o nelle zone più chiare della foto - a sinistra le ombre più marcate e a destra le cosiddette "alte luci").
Questo ci permette di capire immediatamente se la foto è stata realizzata correttamente o meno, basta che l'istogramma stesso rimanga compreso tra i due limiti destro e sinitro e non "sfondi" da una parte o dall'altra.

Basic
Il pannello Basic è preposto alle correzioni di tipo cromatico e tonale delle immagini e permette di agire attraverso varie opzioni:

* Treatment: permette di stabilire se vogliamo lavorare su un immagine in bianco e nero o a colori, questo fa si che alcune delle funzioni vengano attivate o disattivate a seconda che siano disponibile per una modalità o l'altra.

* WB (White Balance): in questo gruppo di cursori sono raggruppati gli strumenti per il bilanciamento del bianco dal menu del pannello, sono disponibili una serie di impostazioni predefinite di bilanciamento del bianco, tra cui Auto, che bilancia in automatico l'immagine. Accanto, c'è un cursore a forma di contagocce, cliccandoci sopra se ne prende il controllo; spostandosi sull'immagine è possibile bilanciare in automatico la foto scegliendo un'area di colore neutro, preferibilmente grigio. Una finestra che appare accanto al mouse ci assiste, ingrandendo il punto su cui stiamo passando. Infine, è possibile agire numericamente, agendo sui cursori Temp e Tint permettono di regolare la temperatura del colore e la tinta, agendo sui cursori, da notare che allo spostamento dei cursori è possibile vedere dinamicamente il risultato applicato all'immagine, questo permette di raggiungere il risultato voluto velocemente.

* Tone: questo gruppo di cursori permette di avere un controllo molto accurato sulla gamma e sul contrasto.
Exposure e Blacks, regolano rispettivamente il punto di bianco e di nero della foto, ovvero gli "estremi" dell'istogramma. I valori numerici indicano l'equivalente degli stop fotografici.
Recovery e Fill Light agiscono singolarmente sulle alte luci e sulle ombre, permettendo di recuperare delle tonalità tagliate, per esempio a causa di un'eccessiva esposizione attuata con il comando Exposure, ripristinando un contrasto corretto.
Brightness e Contrast, permettono di agire rapidamente sulla luminosità e il contrasto.

* Presence: gli ultimi cursori del pannello Basic, servono invece a regolare la saturazione dell'immagine, per fare questo vengono messi a disposizioni due cursori: Vibrance e Saturation.
Saturation è l'omonimo del comando Saturation di Adobe Photoshop e agisce con un modello matematico lineare su tutti i pixel dell'immagine. Il risultato è un controllo della saturazione generale dell'immagine con un'enfasi sulle tonalità "calde" (rosso e giallo).
Vibrance agisce sull'immagine ridando vivacità ai colori (soprattutto quelli "freddi" come verde e blu) con un metodo che potremmo definire più "visivo".

Tone Curve
Questo pannello permette di agire sulle quattro sezioni tonali, sia agendo sulla curva, che sui quattro cursori posti sotto, Highlights, Lights, Darks e Shadows. Questa curva ricorda molto quella di Adobe Photoshop, ma è stata resa molto più semplice: provando a modificare la curva una sorta di calamita ci lega i movimenti, in modo da non creare curve troppo esasperate e permettendoci di agire solo su una delle 4 tonalità.
Per dare un ulteriore aiuto, Lightroom evidenzia sulla curva ma anche illuminando il cursore sotto la tonalità sulla quale stiamo agendo. Facendo clic sul pallino posto accanto al riquadro della curva, è possibile passare direttamente sopra l'immagine per vedere in quali punti viene modificata la curva e quindi agire, in modo molto intuitivo, spostando il mouse con il pulsante premuto, su e giù.

HLS/Color/Grayscale
Questo pannello è preposto alla regolazione della tonalità, della saturazione e della luminosità, sia essa un'immagine a colori (HLS e Color) che in bianco e nero (Grayscale). L'utilizzo è molto semplice si può agire sui singoli canali muovendo i cursori, oppure si può agire direttamente sull'immagine in modo molto più intuitivo e innovativo: basta selezionare il pallino accanto ai cursori, spostarsi sull'immagine nell'area di colore sulla quale si desidera agire, premere il pulsante del mouse e spostarlo su e giù per vedere l'immagine modificarsi. Questo tipo di modo di lavorare è disponibile solo nei pannelli HSL e Grayscale. Il pannello Color permette invece di agire sulla tonalità, la saturazione e la luminosità di tutti i colori dell'immagine o di uno dei canali disponibili nella parte alta della finestra.

Split Toning
Tramite il pannello Split Toning è possibile agire in modo separato sulle luci (Highlights) e sulle ombre (Shadows), siano esse immagini in bianco e nero che immagini a colori. Agendo sul cursore Hue si stabilisce la tinta verso la quale si vogliono virare le luci o le ombre, invece con Saturation se ne stabilisce l'intensità.

Detail
*Sharpening: il pannello Sharpening permette di lavorare sulla nitidezza dell'immagine quando non abbiamo eseguito una messa a fuoco perfetta

*Noise Reduction: agisce sull'immagine riducendo il tipico disturbo che appare sulle foto digitali sottoesposte o con elevati valori ISO.

*Chromatic Aberration: può capitare, che in una foto ci siano aberrazioni cromatiche, o che sia visibile il fastidioso effetto detto vignettatura. Nella sezione Chromatic Aberration si può agire sui canali Red/Cyan e Blue/Yellow per cercare di ridurre queste aberrazioni.

Vignettes
Le regolazioni Lens Correction, Amount e MidPoint correggono (o accentuano, se usate a scopi creativi) l'effetto vignettatura, schiarendo o scurendo gli angoli verso l'interno o verso l'esterno della foto.

Camera Calibration
Questo pannello è fondamentale, poiché permette di assegnare alle immagini (tutte, o a gruppi) il profilo alla propria fotocamera digitale. In assenza di un profilo specifico per la fotocamera che stiamo utilizzando, Lightroom visualizza le nostre immagini "a modo suo", cioè attribuendo loro uno standard Adobe che in molti casi snatura completamente l'immagine originale.


GREG GORMAN - SULLA FOTOGRAFIA DIGITALE

Intervento di Greg Gorman ad un seminario sulla fotografia digitale organizzato da Epson.

Tratto dal sito dell'autore:

"Reflecting back after more than 3 1/2 decades of picture taking, it is certainly fair to say things have really changed.

My interest in photography came through music. In 1968 I borrowed a friend’s camera to photograph Jimi Hendrix in concert in my home town of Kansas City, Missouri. Knowing nothing whatsoever about cameras, let alone photography, I asked my friend whose camera I was using, how to set the exposure. Taking that night was magical. The next day we processed the film in his darkroom and proceeded to make some prints. When I saw the image appear before my eyes in the developer, I was hooked! I immediately enrolled in photo classes at the University of Kansas and began my formal studies in photography. The only classes they offered were in Photojournalism, an area of photography that really didn’t interest me!

From the beginning, I knew that my real interest was people. After completing all the photography classes at the University of Kansas, I switched schools to pursue a masters degree in Cinematography at the University of Southern California. There I got my first real experience with hard lights. Utilizing quartz spots, HMI’s, and big soft boxes, I began to establish a feel for studio lighting, something that was to become a big part of my image making. Working with fixed lights such as these helped enormously in making the transition to strobes.

As I began photographing personalities in the early 70’s, I thought celebrities wore their own clothes, did their own hair and makeup and basically knew what was going on. However, I quickly learned that I was wrong. I had assumptions and my own ideas as I was shooting but kept them to myself. It wasn’t until the contact sheets came back the next day that I realized that many of the assumptions were true and that I should have relied more on my instinct.
The best way to learn your craft is simply by doing it. No classroom or text book can replace the actual real life experiences of pursuing your art. After reviewing countless contact sheets from my photo shoots, I quickly realized that the talent I was photographing could definitely benefit from more of my direct input. The most valuable asset I had to offer my clients was my very candid honesty. What I do for a living is based on that very honesty and trust. Personalities are often much more comfortable hiding behind the façade of the characters they are portraying on film. When it comes time to strip them from their “alter egos”, it is often difficult for them to focus on their “inner selves”. That is where the magic of my work begins. Establishing a relationship with the talent based on trust, understanding and confidence organizes the building blocks of the photo session.

Today, more than ever before, this is crucial. Celebrities are so insulated that reality itself becomes the real question. The managers, agents, publicists, directors and producers attached to the talent themselves, make it next to impossible to break through this outer crust, so to speak. I am often dictated to the length of the photo session, what the talent will wear, who will doing the makeup and hair, when and where the session will take place, not to mention who owns the rights to the imagery. I often ask myself what is left to the photographer as an artist today. The entire picture of celebrity photography as it was once known, has radically changed over the past twenty years. As a struggling artist today, it is critical to stand up for your rights as well as your imagery.

The talent needs as much direction in creating their personal imagery as they do in creating their on screen character personas. And by the same token, photographers need to pay attention that they are not using their own identity by giving in to the homogenous requests of the talent’s publicists. Granted, it is a fine line today that one has to walk in order to please both the talent’s requests and the photographer’s images as an artistic representation of themselves. For a photographer to be a true success as an artist, he must be capable of developing and showcasing a unique and discriminating style in his art that becomes recognizable when viewing the images.

In addition to the changes personality photography has taken, the evolution of traditional photography as we know it has been undergoing a radical facelift. Film is being replaced by Flashcards. Traditional labs are rapidly closing and the photographer is taking more control of his art.

When Photoshop and computers started making themselves known on the photography and graphics scene, I must say I was a bit skeptical. I felt that Photoshop was a good excuse for poor photography and that it negatively altered the purity of the original capture. However, as I cautiously began to pay attention, I realized that in properly administered doses it was actually producing the same results as traditional retouching but miraculously without the generational loss of quality attained with duplicate transparencies or negatives. With Photoshop, one must learn when to stop and not go too far! I honestly feel that a real photographer can’t be made in Photoshop – only enhanced. The capture must be there in the first place. While learning Photoshop, since most of my analogue work was being scanned and finished in that program, I began looking at what was happening with digital cameras. At the beginning, outside the point and shoots, most of the so-called “professional” cameras really didn’t make any sense. However, like everything else in the digital arena that quickly changed. Soon the quality of digital cameras began to surpass the quality of their analogue counterparts.
This was very interesting for me. Traveling abroad since 9/11 has been very difficult. The danger of film being x-rayed not to mention the amount of film and equipment necessary for big shoots became a greater problem. Because digital can capture light so well at low luminance, offer terrific storage with Flashcards as well as all of the other merits, traveling and the security of knowing that your imagery will be safe was a real incentive to going digital. The shoots became easier, less equipment needed and the assurance of knowing that you’ve got the shot. Often I would get a great Polaroid and then spend two hours shooting film, trying to match the Polaroid. With digital, once you see the capture, you know you’ve got the shot and if desired, you can push something more.

Digital has really freed me up as a photographer and also afforded me the opportunity of being more in control of my imagery. I now, thanks to Epson, make all of my own archival prints. Before I relied on someone else’s vision to interpret my imagery. Today from captures to final output that vision is totally mine. Digital should not be feared but rather embraced. Just like in the 1800’s when photography was going through its metamorphosis with daguerrotypes, ambrotypes, tin types, and glass plate negatives, we are seeing traditional photography evolving towards a digital progression. The opportunities for growth and expansion are endless. This is truly a significant time in the evolution of photography as we know it."

- Greg Gorman



IL PROCEDIMENTO DI CONVERSIONE IN BIANCO E NERO UTILIZZATO DA GREG GORMAN



DIANE ARBUS

Diane Nemerov nasce il 14 marzo 1923 da una ricca famiglia ebrea di origine polacca, proprietaria della celebre catena di negozi di pellicce, chiamata "Russek's", dal nome del fondatore, nonno materno di Diane. Seconda di tre figli - il maggiore dei quali, Howard, diventerà uno dei più apprezzati poeti contemporanei americani, la minore Renée una nota scultrice - Diane vive, fra agi e attente bambinaie, un'infanzia iperprotetta, che forse sarà per lei l'imprinting d'un senso di insicurezza e di "straniamento dalla realtà" ricorrente nella sua vita.
Frequenta la Culture Ethical School, poi fino alla dodicesima classe la Fieldstone School, scuole il cui metodo pedagogico, improntato ad una filosofia umanistica religiosa, dava un ruolo preponderante al "nutrimento spirituale" della creatività. Il suo talento artistico ha quindi modo di manifestarsi precocemente, incoraggiato dal padre il quale la manda ancora dodicenne a lezione di disegno da un'illustratrice di "Russek's", tale Dorothy Thompson, che era stata allieva di George Grosz. La grottesca denuncia dei difetti umani di questo artista, agli acquerelli del quale la sua insegnante la inizia, troverà terreno fertile nella fervida immaginazione della ragazza, e i suoi soggetti pittorici sono ricordati come insoliti e provocatori.
All'età di quattordici anni incontra Allan Arbus, che sposerà appena compiuti i diciotto, nonostante l'opposizione della famiglia, rispetto al livello sociale della quale è ritenuto inadeguato. Avranno due figlie: Doon ed Amy.
Da lui impara il mestiere di fotografa, lavorando insieme a lungo nel campo della moda per riviste come Vogue, Harper's Bazaar e Glamour. Col suo cognome, che manterrà anche dopo la separazione, Diane diventa un controverso mito della fotografia.

La vita comune dei coniugi Arbus è segnata da importanti incontri, essendo essi partecipi del vivace clima artistico newyorkese, soprattutto negli anni 50 allorché il Greenwich Village diviene un punto di riferimento per la cultura beatnik. In quel periodo Diane Arbus incontra, oltre ad illustri personaggi come Robert Frank e Louis Faurer (per citare, fra i tanti, solo coloro che l'avrebbero più direttamente ispirata), anche un giovane fotografo, Stanley Kubrick, che più tardi da regista in "Shining" renderà a Diane l'omaggio una celebre "citazione", nell'allucinatoria apparizione di due minacciose gemelline.
Nel 1957 consuma il suo divorzio artistico dal marito (il matrimonio stesso è ormai in crisi), lasciando lo studio Arbus, nel quale il suo ruolo era stato di subordinazione creativa, per dedicarsi ad una ricerca più personale.
Già una decina d'anni prima aveva tentato di staccarsi dalla moda, attratta com'era da immagini più reali ed immediate, studiando brevemente con Berenice Abbott. S'iscrive ora ad un seminario di Alexey Brodovitch, il quale già art director di Harper's Bazaar, propugnava l'importanza della spettacolarità nella fotografia; sentendolo però estraneo alla propria sensibilità ben presto comincia a frequentare alla New School le lezioni di Lisette Model, verso le cui immagini notturne e realistici ritratti si sente fortemente attratta. Costei eserciterà su Arbus un'influenza determinante, non facendone una propria emula, ma incoraggiandola a cercare i propri soggetti ed il proprio stile.

Diane Arbus si dedica allora instancabile ad una sua ricerca, muovendosi attraverso luoghi (fisici e mentali), che da sempre erano per lei stati oggetto di divieti, mutuati dalla rigida educazione ricevuta. Esplora i sobborghi poveri, gli spettacoli di quart'ordine spesso legati al travestitismo, scopre povertà e miserie morali, ma trova soprattutto il centro del proprio interesse nell' "orrorifica" attrazione che sente verso i freaks. Affascinata da questo mondo oscuro fatto di "meraviglie della natura", in quel periodo frequenta assiduamente il Museo di mostri Hubert, e i suoi spettacoli da baraccone, i cui strani protagonisti incontra e fotografa in privato.
E' solo l'inizio di una indagine volta ad esplorare il variegato, quanto negato, mondo parallelo a quello della riconosciuta "normalità", che la porterà, appoggiata da amici quali Marvin Israel, Richard Avedon, e in seguito Walker Evans (che riconoscono il valore del suo lavoro, per i più dubbio) a muoversi fra nani, giganti, travestiti, omosessuali, nudisti, ritardati mentali e gemelli, ma anche gente comune colta in atteggiamenti incongrui, con quello sguardo al tempo stesso distaccato e partecipe, che rende le sue immagini uniche.
Nel 1963 riceve una borsa di studio dalla fondazione Guggenheim, ne riceverà una seconda nel '66. Riuscirà a pubblicare le sue immagini su riviste come Esquire, Bazaar, New York Times, Newsweek, e il londinese Sunday Times, spesso sollevando aspre polemiche; le stesse che accompagneranno nel 1965 la mostra al Museum of Modern Art di New York "Acquisizioni recenti", dove espone alcune sue opere, ritenute troppo forti e perfino offensive, accanto a quelle di Winogrand e Friedlander. Una migliore accoglienza avrà invece, soprattutto presso il mondo della cultura la sua personale "Nuovi Documenti" nel marzo del '67 presso lo stesso museo; non mancheranno le critiche dei benpensanti, ma Diane Arbus è già una fotografa riconosciuta ed affermata. A partire dal 1965 insegna in diverse scuole.

I suoi ultimi anni di vita sono all'insegna di una fervente attività, tesa forse anche a combattere con vive emozioni le frequenti crisi depressive, di cui è vittima, l'epatite che aveva contratto in quegli anni e l'uso massiccio di antidepressivi avevano minato inoltre il suo fisico. Si toglie la vita il 26 luglio del 1971, ingerendo una forte dose di barbiturici e incidendosi le vene dei polsi.
L'anno seguente la sua morte il MOMA le dedica un'ampia retrospettiva, ed è inoltre la prima fra i fotografi americani ad essere ospitata dalla Biennale di Venezia, riconoscimenti postumi, questi, che amplificheranno la sua fama, tuttora purtroppo infelicemente collegata all'appellativo di "fotografa dei mostri".


Concentrata nell'arco di soli undici anni, dalla prima pubblicazione su Esquire nel 1960 fino alla data della sua morte avvenuta nel '71, la parabola artistica di Diane Arbus si dice abbia avuto le stigmate del "proibito", nonché del male, che l'avrebbe infine portata al suicidio. Voler tuttavia giustificare un'ampia produzione d'immagini, legate a personaggi e situazioni problematiche per il sentire comune, come quella di Arbus, alla depressione che per molta parte della sua vita l'ha afflitta, così come voler cogliere in essa solo l'aspetto, pur sostanziale, della ricorrenza di certi soggetti è più che riduttivo, poiché l'opera di quest'artista, col suo allontanarsi da ogni schema precostituito, ha rappresentato un momento di profondo cambiamento tanto nei codici linguistici della fotografia, quanto nella percezione comune della realtà.

Diane Arbus non è stata la prima ad indagare il proibito: suoi illustri predecessori riguardo a scabrosità d'argomenti e crudezza d'immagini erano stati Brassaï, Weegee e Hine (un'immagine, in particolare, di quest'ultimo, risalente al 1924, ricorderebbe puntualmente Arbus, se i personaggi non fossero ritratti di profilo). La sua ricerca di un esasperato realismo può trovare punti di contatto con le fotografie scattate da Walker Evans per le vie di Chicago, o (specialmente per quanto riguarda il suo primo periodo) con le incisive "istantanee" dai toni espressionistici di Frank e Faurer.
Addestrata, grazie al lungo tirocinio di fotografa di moda accanto al marito, al rigore formale ed alla perfezione tecnica, Diane Arbus è ben lieta di rinunciarvi quando comincia la sua ricerca personale alla fine degli anni '50, e reagisce a questa prassi, che sente come una sistematica falsificazione cosmetica del reale, andando a "scoprire", come le aveva consigliato la sua insegnante Lisette Model, ciò che non ha mai fotografato e di cui ha paura.
Così facendo, s'inserirà in una ben precisa tendenza del periodo a reagire contro le rassicuranti e noiose convenzioni borghesi: per primi gli esponenti della beat generation rifiutano i modelli di vita precostituiti; poi Andy Wahrol e la sua Factory, che esasperano i meccanismi della pubblicità, per sovvertire l'immagine accettata della nuova società dei consumi dall'interno e con le sue stesse armi. Arbus (che ha pure occasione di frequentare i pop artist), sceglie, però, con l'evidenza fotografica di orrori (dai quali il privilegio sociale l'ha protetta) di schierarsi più scopertamente ed attivamente contro ogni moralismo. Ciò le varrà un costante disprezzo da parte dei benpensanti, che sputeranno letteralmente sulle sue opere esposte per la prima volta nel '65 al Museum of Modern Art di New York; ma anche un continuo appoggio ed incoraggiamento da parte dei suoi amici fotografi ed intellettuali.
Walker Evans, suo grande estimatore, vedrà in lei una specie di Diana "cacciatrice d'immagini", e ne scriverà: "La sua originalità è nel suo occhio, spesso rivolto al grottesco e all'audace, un occhio coltivato… per mostrarti la paura perfino in una manciata di polvere".

Fotografa colta e raffinata, procede durante gli anni verso una semplificazione formale, attraversando un primo periodo caratterizzato, grazie all'uso della Leica, da immagini sgranate e fortemente contrastate, a causa di esposizioni approssimative. I suoi temi sono allora quelli, che la renderanno celebre, del "submondo" dei freaks.
Quelle "meraviglie" che l'avevano impressionata alla visione dell'omonimo film, girato nel 1932, da Tod Browning, scopre di poter incontrare quotidianamente a Coney Island, benché in quel periodo i freakshow siano proibiti. E' lì, infatti, che si reca per conoscere le sventurate vittime di congenite deformità e gli individui eccentrici, che ritrarrà di preferenza nelle loro abitazioni e camere da letto, ad ulteriore testimonianza, qualora le fotografie potessero lasciar spazio al minimo dubbio, del grado d'intimità che riesce ad instaurare con i propri soggetti.
L'uso del "medio formato", dal 1962 in poi, rivoluziona totalmente il suo modo di fotografare, soddisfacendo le sue nuove esigenze espressive: una chiarezza dell'immagine ed una definizione a prova di ingrandimento, ma ancor di più uno spazio quadrato, simmetrico, che avrebbe dato massima importanza al soggetto, posto frontalmente al centro della fotografia.
Come l'amico Richard Avedon, Diane Arbus ammira e studia, l'opera di August Sander, con le sue composizioni classiche nelle quali le persone ritratte si porgevano guardando allo spettatore, in piedi al centro di un sobrio sfondo. Memore dell'insegnamento di Lisette Model, per la quale la fotografia doveva essere uno strumento d'investigazione, Arbus non cerca però, come Sander, una classificazione "scientifica" (e quindi freddamente oggettiva) del genere umano, ma piuttosto uno scambio d'emozioni fra fotografo e fotografato.
Nelle sue opere troviamo sempre il rapporto diretto di uno sguardo rivelatore, che probabilmente riesce ad ottenere - oltre che con la sua, da molti testimoniata, innata capacità di mettere la gente a proprio agio - anche grazie alla scarsa carica aggressiva del tipo di attrezzatura fotografica di cui fa uso: le sue macchine 6x6, Rolleiflex o Mamiya dal mirino a pozzetto, non incombono psicologicamente, e la fotografa, a capo chino, non mette in soggezione, scrutandolo direttamente, chi posa. Queste macchine sono un limite psicologico posto a tutela reciproca.
Nonostante si voglia continuare a credere, nella migliore tradizione romantica, che Arbus non potrà salvarsi da una partecipazione emotiva, che la consumerà nell'anima, sta di fatto che nel suo lavoro colpisce proprio l'evidente esistenza di "un'empatia non sentimentale": una forma di reciproca accettazione, in virtù della quale la fotografa non mostra compassione per i fotografati, che non la chiedono, perché non esprimono disagio o sofferenza per il proprio esser "strani", quasi lo apparissero solo ai nostri occhi.


































LA FOTOGRAFIA DI MODA

Secondo Yves Saint Laurent, la fotografia di moda non è soltanto un mezzo per vendere più vestiti, ma serve anche a cristallizzare il gusto e le aspirazioni di un'era.

All'inizio la fotografia di moda era una semplice rappresentazione dei modelli, degli abiti. Oggi, a quasi un secolo dalle prime sperimentazioni in questo campo, i vestiti sono molto spesso solo un pretesto per la creazione di immagini artistiche.

Prima dell'avvento della fotografia, la rappresentazione della moda era riservata ai disegnatori, esattamente come in tutti gli altri campi del sapere.

"Les Modes" fu la prima rivista a mostrare un grande numero di fotografie di moda. Le modelle erano molto spesso attrici famose.

Sin dal principio, l'ambientazione in cui si ritraevano le modelle ed i vestiti era del tutto simile a quella del ritratto: lo studio del fotografo.
I fratelli Seeberger furono i primi a realizzare fotografie di moda all'aperto, per ottenere immagini più dinamiche.

Pian piano la fotografia di moda non è più soltanto documentaria o promozionale, ma diviene sempre di più artistica.

Nascono le prime riviste moderne di moda: Vogue e Harper's Bazaar, le quali si contendono i migliori fotografi di moda (e non solo) come Adolph de Meyer e Edward Steichen.

Negli anni Trenta Harper's Bazaar, sotto la direzione artistica di Alexey Brodovitch e la fotografia di Martin Munkacsi, imprime una svolta alla fotografia di moda: gli abiti iniziano a riflettere la personalità di chi li indossa.
Sulla scena irrompe anche Horst P. Horst, il cui gusto teatrale ben esprimeva i desideri più superficiali delle donne negli anni tra le due guerre mondiali.

E' proprio l'avvento della seconda guerra mondiale che segna un rallentamento nello sviluppo della moda in genere, e di conseguenza della fotografia ad essa legata.

Negli anni Quaranta e Cinquanta la capitale della fotografia di moda diviene New York, grazie soprattutto alla figura di Irving Penn: il suo stile è innovativo, le sue immagini più che rappresentare il soggetto evocano sensazioni e desideri.

Il più grande tra i fotografi di questo periodo è tuttavia Richard Avedon: la perfezione della forma, unita spesso alla componente del movimento rende le sue immagini totalmente estemporanee.

Alcune volte la personalità del soggetto è così forte che è la moda stessa a piegarsi alla fantasia dell'artista dietro la macchina fotografica: è il caso ad esempio di Helmut Newton, il quale mette in moto un universo fatto di sensualità, eleganza ed erotismo. Strada poi ripresa anche da altri, come Guy Bordin, il cui stile irriverente scandalizzava i benpensanti.

Negli anni Ottanta nasce il fenomeno delle "Top-Models" e i fotografi di moda non perdono occasione per utilizzarle di volta in volta come proprie muse ispiratrici.

A volte il fotografo ama rifarsi ai modelli classici, attualizzandoli al gusto contemporaneo: è il caso di Mario Testino e di Peter Lindbergh solo per fare un esempio.

Altre volte l'artista dietro l'obiettivo non è solo fotografo, come nel caso di Jean-Baptiste Mondino: nasce la figura del fotografo-regista-direttore della fotografia che lavora non solo con la macchina fotografica ma anche con la cinepresa.

Il fotografo che meglio rappresenta questa tendenza alla poliedricità è tuttavia senza alcun dubbio David Lachapelle, le cui immagini surreali a metà tra il ritratto e la fotografia di moda gli hanno lo hanno reso una vera e propia icona pop, esattamente come i suoi soggetti.

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Un'espressione sulla quale si può discutere molto e che congloba sempre più tutte le esperienze passate, spesso strumentalizzandole sotto la spinta delle necessità materiali del sistema economico e produttivo, è la fotografia di moda e pubblicitaria. L'apporto dato da questo genere alla fotografia artistica non é da sottovalutare, data l'assoluta perfezione formale richiesta ad esso dalla necessità di convincere lo spettatore ad acquistare il prodotto.

Molte fotografie di moda e pubblicitarie, allontanate dal testo che le accompagna, del resto sempre più ridotto al minimo indispensabile per riconoscere il prodotto, reggono qualsiasi confronto con la fotografia nata come espressione d'arte: le migliori fotografie di moda e pubblicitarie, spesso sono proprio quelle in cui lo stesso prodotto è marginale o completamente dissimulato nell'immagine, lasciando il campo all'invenzione totale dell'autore che si assume così il compito di convincere il consumatore della qualità del prodotto attraverso la qualità e la genialità della sua opera.

La posizione della fotografia pubblicitaria è in un certo senso simile a quello dell'Architettura, assoggettate come sono entrambe al principio della funzionalità. In tale contesto é chiaro che diviene problematica, ai limiti dell'aut-aut, nella fotografia più che nell'Architettura, qualsiasi operazione di critica al sistema, di cui si devono al contrario propagandare nel modo migliore i prodotti. Il messaggio pubblicitario, inoltre, strumentalizza, ma anche favorisce lo sviluppo dei lati più deboli della psiche dell'uomo, dei suoi automatismi inconsci, delle sue vanità e paure sociali, del suo perbenismo e conformismo. La fotografia di moda e pubblicitaria, diviene complice di tutto questo e può salvarsi in parte solo quando, anziché appellarsi al consumatore come ad un essere totalmente passivo, si rivolge alla sua intelligenza e fantasia, anche se con raffinate operazioni di persuasione occulta.

Dal punto di vista produttivo tutto cominciò a Berlino che, "durante la Repubblica di Weimar, diventò il più importante centro tedesco per la stampa, con innumerevoli giornali e riviste. Contemporaneamente si sviluppò una ricca produzione di moda: sia il pret-à-porter di alta qualità che i vestiti di sartoria per il mercato internazionale erano disegnati e prodotti in città. Questi due settori economici fecero sempre più uso della fotografia, e la fotografia di moda, stabilitasi a Berlino sin dal 1905, divenne un ramo molto importante della fotografia professionale."


Horst P. Horst, Mainbocher Corset - Vogue, Parigi, 1939

"Nel 1930 Berlino più di una dozzina di fotografi di ambo i sessi si erano specializzati nel settore della moda e collaboravano con gli stilisti, le agenzie di pubblicità, le agenzie di fotografia e gli staff di redazione delle riviste. Molti di loro svilupparono uno stile personale: stile che deve essere visto nell'ambito della varietà artistica dell'arte fotografica, dalla fotografia di ritratto alla fotografia di soggetto."

Ma il centro dell'alta moda era Parigi e lo rimase per tutti gli anni Trenta. Fu qui che si trasferirono molti fotografi tedeschi e qui che si incontrarono George Hoyningen-Huene e Horst P. Horst. Nato vicino a Weimar, Horst era venuto nella capitale francese per studiare architettura con Le Corbusier, ma l'incontro con Huene, già a capo dei fotografi di Vogue per la redazione parigina, diede un'altra impronta alla sua carriera; i due lavorarono insieme per tutta la vita. Nel 1935 Horst prese il posto di Huene a Vogue e dopo l'occupazione di Parigi si trasferì in America.

Tra i grandi fotografi di quest'epoca che lavorarono anche nel campo della moda troviamo i nomi di artisti come Man Ray, Hamilton, Edward Steichen e Cecil Beaton.
Cecil Beaton (1904-1980) Nato a Londra da una ricca famiglia di commercianti di legno, si trasferì a New York, dove lavorò per Vogue e Vanity Fair e frequentò il mondo dell'arte e dello spettacolo. Nel 1964 vinse il secondo Oscar per i costumi di Audrey Hepburn in My Fair Lady; il primo l'aveva vinto nel 1958 con "Gigi". Nella sua lunga carriera scrisse anche diversi libri, tra cui il migliore è forse The Glass of Fashion, 1954, affettuoso ritratto di un'epoca e dei suoi protagonisti. Alcuni dei suoi famosi ritratti: Marlene Dietrich, Rudolf Nureiev, Francis Bacon, Marlon Brando, Pablo Picasso…Nel sito del Museo Guggenheim di Venezia, un ritratto a tutta pagina di Doris Viscontessa Castlerosse, 1930 circa.

La conquista del potere da parte di Hitler provocò radicali cambiamenti anche nel campo della fotografia di moda. Gli editori dovettero cambiare i loro caporedattori, le case di moda e i fotografi ebrei subirono le crescenti misure di repressione, molti di loro abbandonarono la città.

Molti scelsero l'America. Così, da Berlino e Parigi, il centro della moda si spostò a New York. Fra questi fotografi c'era l'ungherese Martin Mukancsi, che era nato nel 1896 in un piccolo paese che oggi appartiene alla Romania e, dopo qualche esperienza come fotografo a Budapest, si era trasferito a Berlino. Qui lavorò soprattutto per il Berliner Illustrierte Zeitung, realizzando reportages in tutto il mondo. In America trovò la fama nel campo della moda e fu il primo a introdurre il movimento nelle fotografie, che fino a quel momento erano in pose stereotipate.

Anche Erwin Blumenfeld era riuscito a emigrare in America dopo essere stato rinchiuso in un campo di concentramento. Nato a Berlino e legato alle avanguardie artistiche dell'epoca, aveva iniziato la carriera di fotografo a Parigi, lavorando per Vogue e Harper's Bazaar.

Negli anni Quaranta, epoca in cui la moda americana imponeva il suo stile di vita anche in Europa, una delle fotografe di moda più famose fu Louise Dahl-Wolfe. Nata a San Francisco nel 1895, aveva studiato come pittrice prima di approdare ad Harper's Bazaar, diretto da Alexei Brodovitch. Tra le prime fotografe a utilizzare i la luce naturale per i servizi di moda e a scegliere locazioni esotiche, dal Sudamerica all'Africa, fu anche una pioniera del colore. Tra le sue modelle preferite ci fu Lauren Bacall.

Dopo la guerra, la moda riprende alla grande; nomi come Christian Dior lanciano un nuovo stile, immortalato dalle immagini di artisti come Irving Penn, Richard Avedon, Norman Parkinson, Bert Sterns, Clifford Coffin. Quest'ultimo fotografò lo stilista in occasione della sua prima sfilata che ne determinò il successo.

Ancora giovanissimo, Norman Parkinson (1913-1990) aveva aperto uno studio a Londra, specializzato in ritratti; lavorò quindi per Vogue, Queen, Town and Country e fu tra i primi a scattare dei servizi di moda all'aperto, ambientandoli per le strada di Londra. A lui è attribuita la frase: "A photographer without a magazine behind him is like a farmer without fields".

Bert Stern iniziò giovanissimo nella pubblicità ma, come accadde ad altri fotografi, fu Vogue a lanciarlo ai vertici della carriera, nei primi anni Sessanta. A questo contribuì non poco il servizio su Marilyn Monroe, scattato nel 1962, poche settimane prima della sua morte.

Marilyn Monroe ritratta da Bert Stern

Irving Penn (1917). Proveniente da una formazione artistica, iniziò come fotografo presso Condè Nast e divenne famoso per i suoi ritratti. Nel 1950 sposò la famosa modella Lisa Fonssagrives, che ritrasse in numerose foto divenute ormai delle icone, come quella qui a lato. Più che un fotografo di moda, è considerato un maestro dello "Still Life" e le sue foto sono oggi nei maggiori musei americani ed europei.
Una pagina biografica, in inglese, con alcune immagini.Donna con rose, Parigi 1950. La presentazione della mostra "Still Life", fino al 19 dicembre 2001 nelle Sale dei Paesaggi e delle Quadrature - Villa Ghirlanda, Via Frova 10, Cinisello Balsamo.Uno dei suoi lavori più significativi consiste in una serie di ritratti di lavoratori, scattati nel 1950 a Parigi, per conto di Vogue.


Un'immagine di Irving Penn

Richard Avedon. Nato nel 1923 a New York, lasciò gli studi per arruolarsi come fotografo nella Marina Mercantile. Profondamente colpito dalle foto di Mukancsi, al suo ritorno in America cominciò a lavorare per Harper's Bazaar, Vogue e Look. Celebri i suoi ritratti di artisti e personaggi famosi, ma anche le serie scattate alla gente comune e all'interno di un ospedale psichiatrico.
Una delle sue foto più famose, Dovima con gli elefanti, è stata scattata a Parigi nel 1955 e ritrare la modella con un abito da sera di Dior.

L'immagine più celebre di Richard Avedon

A partire dagli anni Cinquanta anche l'Italia cominciò ad esportare il suo stile e ad attirare acquirenti dal resto d'Europa e dall'America.
Erano tre le città campione italiane:- Napoli con i suoi guapi e con il suo stile vistoso,- Milano conosciuta per la sua discrezione e per i sarti stile inglese come Agostino, Caraceni, Baratta, Pozzi e via dicendo,- e Roma, dove era locata la più raffinata scuola di moda italiana, l’'Accademia per Sarti'. Lo stile romano, meno appariscente di quello napoletano ma più innovativo di quello milanese, dominò la scena degli anni ’50 con sarti come Brioni, Cucci, Caraceni, del Rosso, e fu il meeting-point per un elite internazionale tra cinecittà e via Veneto, teatro della 'Dolce vita'. Le sfilate si moltiplicarono e il festival di moda maschile, datato 1952 a San Remo, presentò 70 sarti che realizzarono i loro modelli esclusivamente in tessuti italiani.

Fu anche la ripresa dei servizi di moda sulle riviste illustrate e il centro di questa editoria fu Milano.La moda non si era fermata del tutto neppure durante la guerra, come ricorda Antonia Monti in un'inchiesta intitolata "Fotografare la moda", pubblicata nel 1947 sul settimanale Oggi. La foto che vedete a sinistra venne scattata nel 1943 sull'Arco della Pace, a Milano.
Negli anni Cinquanta emerge anche un nuovo ruolo delle indossatrici, che, da volti pressoché anonimi, diventano personaggi. Nasce l'epoca delle modelle famose e magrissime. I fotografi che inaugurarono questa tendenza furono soprattutto gli inglesi David Bailey, Terence Donovan e Brian Duffy, soprannominati da Cecil Beaton "I Terribili Tre".
"Con Bailey e Duffy, Donovan creò la componente visuale del mito londinese degli anni sessanta: divertirsi, fare sesso, fare soldi (quanto basta), avere ambizioni. Essi non erano interessati a quanto una modella possa rendere elegante l'abbigliamento, essi volevano mostrare quanto il vestito possa far sembrare sexy la modella - una rivoluzione nel pensiero come nel look. Il loro lavoro lanciò il glamour fresco, spontaneo e senza distinzione di classe impersonato da Julie Christie, Celia Hammond e Jean Shrimpton."

Una fotografia di David Bailey

David Bailey (1938) è il fotografo cui si ispirò Antonioni per il film Blow Up (1966); a lui si devono anche molte delle immagini più famose dei Beatles e dei Rolling Stones e ritratti di personaggi celebri, da Andy Warhol a Catherine Deneuve, che divenne sua moglie nel 1965.

La vera rivoluzione nella moda e nel costume si era avuta nel corso degli anni '60: aveva fatto dei giovani i protagonisti, liberandoli da vincoli e costrizioni. Dopo essersi sbizzarrita in forme e colori, minigonne e stile hippy, nel decennio successivo prevale un ritorno alla praticità: è il trionfo dei jeans. Cambia anche l'immagine della donna, che da oggetto del mercato diventa protagonista. Accanto a nomi come quello di Helmut Newton, troviamo anche fotografe che impongono un loro stile, come l'inglese Sarah Moon, considerata la capostipite del genere "impressionista" nella fotografia di moda. Nato a Berlino nel 1920, Newton iniziò giovanissimo la sua formazione di fotografo, prima di emigrare in Australia durante il nazismo e diventare cittadino australiano. Tornato in Europa verso la fine degli anni '50, lavorò per le maggiore testate di moda e per grandi stilisti come Yves Saint Laurent. Le sue immagini proponevano un'immagine della donna erotica e aggressiva, spesso androgina ma non priva di ironia. E' fra gli anni '60 e '70 che raggiunge fama internazionale, non solo con le foto di moda, ma anche con una serie di nudi e di ritratti di personaggi famosi; del 1975 la celebre immagine comparsa su Vogue di una modella in abito da sera maschile, fotografata in un vicolo.

Sarah Moon iniziò la sua carriera come modella e verso la fine degli anni Sessanta cominciò a fotografare. Dopo aver lavorato per le maggiori testate di moda, negli anni Novanta si dedicò al cinema.

Tra gli anni 70 e 80 esplode il pret-à-porter; la moda diventa una vera industria, rivolta a un pubblico più ampio, si moltiplicano le testate e la pubblicità. Tra i nomi che hanno segnato la storia di questi anni, l'americano Herb Ritts.Nato in California nel 1952, cominciò a fotografare verso la fine degli anni '70 gli amici del mondo di Hollywood. I suoi ritratti di Richard Gere, comparsi sulle maggiori riviste, lo resero famoso nel mondo dello spettacolo. Per la moda fotografò le collezioni di Versace, Armani, Calvin Klein, ma la sua produzione si estende anche alla pubblicità e a un famoso reportage sull'Africa. Protagonista delle sue immagini, sempre in bianco e nero, è il corpo umano, nudo o velato, in pose plastiche e statuarie.

Tra i fotografi che hanno contribuito a fare la storia della moda, la rivista tedesca Stern, nel 1978, cita anche l'italiano Gian Paolo Barbieri. Nato a Milano nel 1938, fotografò le collezioni francesi nei primi anni '60 e firmò la prima copertina dell'edizione italiana di Vogue (1965). Seguirono numerose campagne per grandi stilisti (Valentino, Armani, Ferrè, Versace). La sua produzione spazia dalla moda alla pubblicità ai libri etnici (Madagascar, Tahiti).

Se gli anni '80 sono una celebrazione dell'edonismo e del materialismo, il marchio degli anni '90 è lo stile minimalista, apparentemente trasandato.In America viene coniato il termine "heroin chic" per definire il fenomeno lanciato dall'industria della moda, che vuole modelle pallide ed emaciate, con gli occhi segnati. Simboli di questa tendenza furono alcune campagne di Calvin Klein che suscitarono scalpore. Protagonisti erano la modella Kate Moss e il fotografo David Sorrenti, morto giovanissimo per ovedose. David veniva da una famiglia di fotografi: sia la madre Francesca che il fratello Mario hanno lavorato per la moda, quest'ultimo firmando alcune campagne per Calvin Klein e Ungaro e dedicandosi poi al cinema.

Oggi la produzione di moda è troppo vasta per tentare di farne una sintesi per immagini. Se da un lato la fotografia di moda tende a dividersi in due filoni, uno più commerciale e uno più artistico, dall'altro si espandono i confini tra moda, pubblicità e arte; molti fotografi estendono la loro ricerca al digitale e alla Visual Art.E' storia che si sta ancora scrivendo e molti dei protagonisti degli anni 70-80 sono tuttora sulla cresta dell'onda. Qui di seguito citiamo brevemente alcuni dei fotografi contemporanei che rappresentano le ultime tendenze.

Patrick de Marchelier, nato nel 1943 vicino a Parigi, raggiunse fama internazionale verso la metà degli anni '70, distinguendosi tra i giovani fotografi che proponevano uno stile innovativo e sofisticato. Il suo nome è legato a marchi famosi quali Chanel, Lancome, Armani e Versace. Oltre alle foto di moda, ha realizzato ritratti di personaggi famosi e copertine per dischi.

Peter Lindberg. Nato nel 1944 nella Germania dell'Est, dopo un'esperienza artistica e nella fotografia pubblicitaria, approdò casualmente alla moda lavorando per Stern, Vogue, Harper's Bazaar.

Mario Testino. Nato a Lima, Peru', si trasferì a Londra dove risiede attualmente. Ha realizzato campagne pubblicitarie per Gucci, Versace e Missoni. Famosi i suoi ritratti di Madonna per Versace e della principessa Diana per Vanity Fair, pochi mesi prima della morte. Una serie di foto e copertine per Vogue.

In Italia, uno dei fotografi di moda che spazia tra diversi generi, allargando il messaggio pubblicitario alla comunicazione sociale è Oliviero Toscani. Le sue campagne per Benetton, ispirate a temi quali la lotta all'Aids o contro la pena di morte, hanno fatto molto discutere. Tramite il centro da lui fondato, Fabrica, si occupa anche di editoria e programmi televisivi.


IMMAGINI


Irving Penn


Irving Penn


Richard Avedon


Richard Avedon


David Bailey


David Bailey


Mondino


Mondino


David Lachapelle


David Lachapelle


David Lachapelle


David Lachapelle


David Lachapelle

JAMES NACHTWEY


“Per me si va per la città dolente, per me si va tra la perduta gente”

ha scelto questo verso di Dante il reporter James Nachtwey per introdurre le foto della sua ultima pubblicazione, che non poteva che chiamarsi Inferno. Americano (nato a Syracuse, New York, 1948), fotografo dagli anni Settanta, dal 1986 membro dell’agenzia che ha fatto la storia del fotogiornalismo, la Magnum Photos, James Nachtwey appartiene a quella tradizione di reporter che vive la fotografia come una vocazione, una scelta estrema, una presa di posizione a fianco a chi vive le grandi tragedie dell’umanità nel ruolo di vittima. Nella convinzione che ritrarre il male senza sconti sia il primo necessario atto per combatterlo:

“L’utilità di ciò che faccio è nel lanciare un appello al resto del mondo, nel creare un impeto che renda possibile un cambiamento nella pubblica opinione e la pubblica opinione si fa attraverso la consapevolezza. Ecco, il mio lavoro è aiutare a creare consapevolezza”.

Una speranza ben riposta. Le foto di Nachtwey sono infatti molto potenti, dure. Dure da guardare, ma ancor più dure da ignorare o scordare. James Nachtwey predilige il bianco e nero, perché, come spiega, “permette un maggior controllo sul contenuto dell’immagine”, rendendo le immagini più dirette.

Che siano dirette è la prima qualità che Nachtwey pretende dalle sue fotografie. Perché, quanto più sono dirette, tanto più riescono a rappresentare cosa siano la fame, la violenza, la malattia e soprattutto la guerra, negli esseri umani che ne hanno esperienza.


Se ne accorse da giovane, negli anni invasi dalle immagini che raccontavano la guerra del Vietnam. Lo colpì il carattere immediato della fotografia, che proprio perché saltava la ricostruzione storica, politica, militare, dei reportage filmati, permetteva di rappresentare cosa fosse quella catastrofe nei singoli individui. “Io voglio registrare la storia attraverso il destino di individui. Io non voglio mostrare la guerra in generale, né la storia con la S maiuscola, ma piuttosto la tragedia di un singolo uomo, di una famiglia”. Per questo - come è stato notato - il protagonista delle sue immagini è il corpo umano, che Nachtwey coglie come il concretissimo scenario di ogni catastrofe, non esitando a riprendere cadaveri abbandonati dalla guerra, soldati colpiti in trincea, corpi mutilati, orrendamente feriti, devastati dalla fame e dalle malattie.

Da vero fotogiornalista, Nachtwey lavora principalmente per far conoscere gli eventi che fotografa nei giorni stessi in cui avvengono. Non pensa ai suoi scatti per esibirli in mostre o pubblicarli in volumi. Tuttavia riconosce a questo uso della fotografia una funzione non meno importante, quella di entrare nella memoria collettiva, come una sorta di terribile archivio visivo.

Nachtwey è stato testimone di tutti i teatri di guerra, Afghanistan, Uganda, Sri Lanka, Sudan, Bosnia, Cecenia, Ruanda. Ha ritratto gli orfanotrofi in Romania, dove sopravvivono, spesso colpiti dall’aids, migliaia di bambini abbandonati, innocenti vittime della folle politica demografica di Ceausescu. Ci sono le foto dei violenti conflitti razziali del Sudafrica nel travagliato percorso verso la fine dell’apartheid. Le immagini della fame e delle pestilenze in Somalia e Sudan e quelle dell’efferata guerra tribale, combattuta a colpi di lama, tra Hutu e Tutsu in Ruanda. Tra cui il famoso primo piano del giovane Hutu segnato dalle cicatrici di macete che gli valse - non unica volta - il World Press Photo.


E ancora i conflitti etnici nei Balcani, Bosnia e Kosovo. Ma “l’occhio testimone” di Nachtwey guarda anche in casa, negli Stati Uniti. Sono immagini di violenza urbana e di carcerati costretti in catene o ai lavori forzati, in ossequio a quei primitivi regimi detentivi rispolverati dalla “tolleranza zero”.

Nachtwey non è un semplice reporter, ma un grande fotografo, un vero autore. Le sue immagini sono sempre attentamente composte, calibrate, con ogni elemento disposto a ragione. E’ il frutto di un lungo tirocinio autodidattico, fatto di intere giornate passate nelle librerie a sfogliare volumi di Cartier Bresson, Eugene Smith, Don McCullin, Josef Koudelka e di un’ottima conoscenza della storia della pittura. E certo nei suoi scatti non mancano riferimenti pittorici, come a Goya, primo tra i pittori a rappresentare la guerra senza tinte epiche, come una tragedia umana e quotidiana.


Tuttavia non bisogna intendere la perfezione compositiva delle foto di Nachtwey come una pura ricerca formale. L’assoluta padronanza nella composizione e nell’uso del colore e del bianco-nero, non è mai fine a se stessa, ma è invece ciò che rende possibile (e questo vale per tutti i grandi fotografi) la massima intensità espressiva e comunicativa. Più che belli, i suoi scatti sono straordinariamente potenti.


Sono venti anni che Nachtwey frequenta i più atroci luoghi della sofferenza, tuttavia le sue immagini non hanno nessun segno di una raggiunta familiarità con l’orrore. Nel suo sguardo continua ad esserci una sgomenta partecipazione fatta di rabbia, compassione, angoscia. Le foto di speranza sono poche e hanno protagonisti, quasi sempre, i bambini. Bambini in Sudafrica che saltano su un tappeto elastico, non curanti del cielo tempestoso all’orizzonte. Bambini che si arrampicano sul cannone di un carro armato, riuscendo nel miracolo di trasformare la guerra in un gioco.



JAMES NACHTWEY OFFICIAL WEBSITE:
http://www.jamesnachtwey.com/

WORLD PRESS PHOTO AWARD

Young Lebanese drive down a street in Haret Hreik, a bombed neighborhood in southern Beirut, Lebanon, on August 15.
Author: Spencer Platt, USA, Getty Images

http://www.worldpressphoto.org//

PRESENTAZIONE DEI LAVORI VINCITORI 2007

http://www.cafebabel.com/en/article.asp?T=A&Id=2480

DIRITTO DI CRONACA: UNA SENTENZA RECENTE

La notizia accolta molto favorevolmente nell'ambiente del fotogiornalismo francese da tempo pressato da misure restrittive spesso molto discutibili - In Italia, anche se abbiamo da decenni leggi più precise e garantiste, non è però certo che, in un caso simile, il diritto all'informazione avrebbe prevalso su quello della privacy...

Non c'è nessuna violazione nel pubblicare, in nome dell'informazione o dell'arte, il primo piano del volto di una persona anche se ripreso di nascosto. Così, a grandi linee, si è espressa, il 2 giugno scorso, la diciassettesima " Chambre du tribunal de grande instance" di Parigi, specializzata nel dirimere contenziosi riguardanti la stampa.
Il caso in discussione era quello di un cittadino il cui viso era finito a piena pagina sul libro "L'Autre" del fotoreporter Luc Delahaye. Il ritratto gli era stato "rubato" mentre stava viaggiando in metropolitana a Parigi. Delahaye lo aveva realizzato, assieme a decine di altri, nel corso di un lungo lavoro di documentazione portato avanti utilizzando una fotocamera nascosta in una borsa.
La persona ritratta si era rivolta al tribunale di Parigi sostenendo di essere stata danneggiata dallo " sfruttamento commerciale della sua immagine", dalla "espressione di tristezza che caratterizza e ridicolizza il ritratto" e dalle "ripercussioni negative che la pubblicazione ha avuto sul suo equilibrio familiare". Oltre a Delahaye, erano stati trascinati in giudizio anche i responsabili di un documentario nel quale appariva, per un paio di secondi, lo stesso ritratto. Richiesta di danni: centomila franchi francesi, più o meno quindicimila euro.
Il tribunale di Parigi ha invece respinto tutte le rivendicazioni affermando che " il diritto di una persona sulla sua immagine non è assoluto e decade davanti al diritto all'informazione, principio fondamentale protetto dall' art.10 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo, che autorizza la pubblicazione di immagini di persone coinvolte in un avvenimento, fatto salvo il rispetto della dignità della persona umana". In sostanza - secondo i giudici francesi - " il diritto all'immagine non può costituire arbitrariamente ostacolo alla libertà di ricevere o di comunicare idee che si esprime specialmente nel lavoro di un artista".
La notizia è stata accolta molto favorevolmente dagli ambienti che in Francia si occupano di fotografia giornalistica ed editoriale, un settore da anni messo sotto pressione da provvedimenti giudiziari estremamente restrittivi.
Sull'argomento - leggi qui sotto - il quotidiano "Le Monde" ha dedicato oggi un ampio servizio firmato da Michel Guerrin, autore tra i più competenti in fatto di fotogiornalismo e fotografia.
Nell'articolo, tra l'altro, si segnala un'inversione di tendenza nei tribunali francesi anche per quanto riguarda il diritto all'immagine dei propri beni, invocato dai proprietari anche quando questi sono esposti al pubblico. Esempio: la pretesa della società che gestisce l'illuminazione della Tour Eiffel di ottenere il pagamento dei diritti di pubblicazione da chiunque, giornali compresi, pubblichi immagini di vedute notturne nelle quali appare lo strafamoso monumento parigino.
La sentenza del tribunale di Parigi, in parte, afferma principi che, fortunatamente per noi, sono già, spesso da decenni, nelle nostre leggi, partendo dalle norme riguardanti il diritto delle persone alla propria immagine contenute nella legge sul diritto d'autore del 1941, sino alle recentissime interpretazioni date dal Garante su quanto sancito dal nostro Codice deontologico sulla privacy.

Il provvedimento della magistratura francese supera però alcuni dubbi che invece gravano ancora sul nostro lavoro anche dopo i recenti chiarimenti - vedi Gsgiv Notizie 33.2004 - forniti dal Garante che, per esempio, è tornato ad invitarci , nel documentare con fotografie fatti di cronaca che avvengono in luoghi pubblici, "a valutare anche quale tipo di inquadratura scegliere, astenendosi dal focalizzare l'immagine su singole persone o dettagli personali se la diffusione di tali dati risulta non pertinente e eccedente rispetto alle finalità dell'articolo".
Chissà , perciò, se Garante e magistrati italiani , oppure anche più semplicemente qualche Consiglio regionale del nostro Ordine professionale, valutando tra "pertinenza e eccedenza", avrebbero pure loro dato ragione a Luc Delahaye per quel suo primo piano, indiscutibilmente, davvero "rubato" ?

LA LEGGE VIGENTE IN ITALIA

IDal punto di vista specifico del fotografo la nuova legge sulla privacy introdotta di recente nel nostro paese non ha aggiunto proprio nulla a quanto già veniva disposto in precedenza. La 675/96 prima, ed il dlgs 196/2003 hanno istituito regole molto piu' stringenti e severe sui dati personali che puo' gestire la societa' di marketing, la banca, l’azienda, il partito, il giornalista di penna, ma ha di fatto lasciato le cose piu' o meno come stavano per quello che riguarda la fotografia, anche se sono meglio stati chiariti i termini della questione

Unico elemento forse davvero innovativo, sta nel fatto di dover chiedere l’assenso esplicito per la pubblicazione di immagini che riguardano la salute dei personaggi pubblici, cosa che prima non necessariamente ricadeva nel novero delle eccezioni che non ne permettevano la pubblicazione.

In pratica, ora:

1) Per pubblicare l’immagine di una persona non famosa occorre la sua autorizzazione (art. 96 legge 633/41).

2) Se la persona non famosa viene pubblicata in maniera che non possa risultare dannosa alla sua immagine, e l’uso e' solo giornalistico, l’indicazione del punto a) si puo' ignorare, dinanzi al diritto di cronaca esercitato dal giornalista (da valutare di caso in caso). Per default non possono mai essere pubblicate immagini di minori.

3) Per pubblicare con finalita' giornalistiche immagini di personaggi famosi non occorre autorizzazione.

4) Occorre autorizzazione in ogni caso e comunicazione al Garante se la pubblicazione puo' risultare lesiva (legge 633/41), oppure se fornisce indicazioni sullo stato di salute, sull'orientamento politico, sul credo religioso o sulla vita sessuale (dlgs 196/2003).

5) Occorre autorizzazione in ogni caso se le immagini vengono usate con finalita' promozionali, pubblicitarie, di merchandising o comunque non di prevalente informazione o gossip.

6) Non devono essere pubblicate immagini di minori in modo che siano riconoscibili, e questo anche nel caso di fatti di rilevanza pubblica.

7) Il fatto che il fotografo detenga presso lo studio i negativi o gli originali di un servizio fotografico, anche per minori, NON e' proibito, a patto che non venga data pubblicazione senza assenso di queste immagini. Se il cliente chiede di cancellare i suaoi dati, questo deve essere fatto gratuitamente. Se il cliente chiede la consegna degli originali o dei files, deve pagare un compenso (vedi sopra, paragrafo PRIVACY E ORIGINALI - O FILES - FOTOGRAFICI)

L'AGENZIA MAGNUM


La Magnum Photos è una delle più importanti agenzie fotografiche del mondo. Fondata nel 1947 da Robert Capa, Henri Cartier-Bresson, David Seymour e George Rodger, ha lo scopo di proteggere il diritto d'autore e la trasparenza d'informazione. Le immagini rimangono proprietà del fotografo e non delle riviste dove vengono pubblicate, permettendo all'autore di scegliere soggetti, temi e orientare la produzione verso uno stile più aderente a quello del fotografo.

L'agenzia nasce dalla combinazione di piccole macchine fotografiche e grandi menti che avevano acquistato grande sensibilità negli anni della seconda guerra mondiale, anni di grandi eccessi emotivi; subito si impone per la capacità fresca e nuova di essere nel mondo e sulla notizia. I suoi rappresentanti crearono una struttura in cui non le riviste, ma i fotografi, fossero in grado di gestire la produzione e decidere dove, come e per chi lavorare. La libertà d'azione significava anche poter concedersi reportage di ampio respiro, più personali, in cui l'autore potesse raccontare meglio, di più e in profondità. I Quattro fondatori si dividevano la sfera d'influenza, Cartier-Bresson sceglierà l'oriente (con lunghi viaggi in Cina, India, Birmania e Indonesia), Seymour si concentrerà sull'Europa, Rodger sull'Africa, mentre Capa, dagli Stati Uniti, sarà pronto a partire per ogni dove. Le forti personalità dei quattro fondatori attirarono l'interesse di coloro, colleghi, che comprendevano la portata di un simile modo di pensare, da uomo e da fotografo, il proprio lavoro.

Il circolo Magnum andò allargandosi, in cinque anni, aveva aggiunto giovani di talento come Renè Burri, Elliott Erwitt ed altri, acquisendo una fisionomia sempre più riconoscibile. Nessun fotografo è uguale all'altro e la forza del gruppo nasce proprio dalla diversa creatività e dalle imprese individuali di ognuno. Poiché questi reportages non trovano spesso spazio sufficiente sulle riviste, per molti autori la dimensione per esprimersi diventa quella più pensata e autonoma del libro o quella più libera e creativa della mostra. I risultati sono esperimenti, allora nuovi, di un modo di comunicare e vivere la fotografia, senza limiti e confini.

Grazie a questa politica incentrata sulla tutela del fotografo, sia legalmente che professionalmente, l'agenzia Magnum ha raccolto intorno a sé molti dei migliori fotografi, permettendogli di esprimere il personale significato di fotografia e il loro rapporto con il mondo documentato.

L'agenzia Magnum ha prodotto alcuni tra i più importanti e spesso drammatici reportage degli ultimi anni, documentando guerre (il Vietnam di Phillip Jones Griffiths), catastrofi etniche (la carestia in India di Werner Bischof o eventi sociali (il movimento americano per i diritti civili di Leonard Freed, ma anche sottolineando, con personali e originali interpretazioni, quegli aspetti della società non evidenziati dal giornalismo tradizionale, raccontando il mondo degli anziani (Martne Franck), la vita dei minatori in Bolivia (Ferdinando Scianna) oppure le situazioni al limite del surreale di Elliot Erwitt.

Purtroppo, a causa dell'impegno in prima linea dei propri membri, l'agenzia è stata funestata da episodi drammatici, quali la scomparsa nel primo decennio di vita di due soci fondatori, Robert Capa e David Seymour, oltre al già citato Werner Bischof.

Magnum nasce con due sedi, a New York e a Parigi, a cui in seguito si aggiungeranno Londra e Tokyo, per meglio organizzare le missioni dei fotografi.

Diventare membri dell' agenzia Magnum richiede la presentazione di un portfolio all' agenzia che nella riunione annuale deciderà se ammettere il fotografo ad un affiancamento di circa due anni con un fotografo membro, terminato il quale si acquisisce la carica di associato. Trascorsi ulteriori due anni, previo giudizio di un ulteriore portfolio, si diventa membri a tutti gli effetti, con il diritto di votare nelle annuali riunioni dell'agenzia. Il corrispondente è invece un fotografo non legato direttamente all'agenzia se non per lavori occasionali.


LAVORARE PER MAGNUM: L'ESPERIENZA DI RENE' BURRI

René Burri e il mito Magnum
Gianfranco Helbling
Intervista tratta dal sito www.area7.ch

La celebre agenzia fotografica Magnum ha appena compiuto 70 anni. Fondata a New York il 17 aprile 1947, Magnum sta per qualità nel fotogiornalismo, grazie anche ai tre principi che stanno alla base della sua attività: l'agenzia è una cooperativa di fotografi, i negativi rimangono di proprietà dell'agenzia e questa vigila affinché i giornali evitino ogni manipolazione delle immagini. Lo zurighese René Burri si unì alla cooperativa nel 1959, dopo quattro anni di collaborazione. Ed è diventato con gli anni uno dei fotografi-simbolo dell'agenzia. Fosse soltanto per la sua celeberrima foto di un giovane Che Guevara che fuma il sigaro. Le guerre lo hanno portato a lavorare nella Germania e nell'Europa della ricostruzione, poi in Medio Oriente, in Vietnam, in Cambogia e in Libano. Ma ha anche ritratto alcuni di grandi del secolo scorso, da Picasso e Le Corbusier. Lo abbiamo incontrato per quella che, più che un'intervista, è diventata una lunga chiacchierata.

I tedeschi e noi
Subito dopo la guerra Robert Capa andò in Russia con John Steinbeck a documentare quanto di tremendo era accaduto. Certo qualcosa anche dietro la frontiera svizzera avevamo percepito, ma non immaginavamo la portata reale della tragedia. Abitavamo a Zurigo, ma mia mamma era di origine tedesca e aveva numerosi parenti in Germania, nella regione di Friborgo in Brisgovia. Avevo perfino uno zio che era caduto a Stalingrado. E quindi in casa un po' di simpatie per la Germania c'erano, come nel caso di Günther Grass. Ricordo di aver cominciato a capire cosa fosse accaduto il giorno della fine della guerra: avevo 13 anni, e in Bahnofstrasse vidi gettata a terra la croce uncinata del consolato tedesco. Poco più di un anno dopo ero al Bürkliplatz con in mano la macchina fotografica di mio padre e ripresi Winston Churchill. Che era a Zurigo per fare il suo famoso discorso sull'Europa. Furono le mie prime foto in assoluto. Ma non immaginavo affatto che quella potesse essere la mia strada. Dieci anni dopo andai in Germania a fare il mio primo grosso reportage. Ma non aveva nulla a che fare con tutto questo. Il fatto è che alla Magnum ero praticamente il solo a parlare tedesco. Così feci "Die Deutschen". Era un progetto nato sulla scia di "Les Américains", che la stessa casa editrice aveva affidato a Robert Frank.

Hans Finsler, il primo maestro
È la curiosità che mi ha spinto a fotografare. Volevo conoscere nuove persone e vedere cosa ci fosse oltre le montagne svizzere. Così nella primavera del 1950 mi iscrissi alla Kunstgewerbeschule di Zurigo. Il maestro era Hans Finsler, che ci diede un'eccellente formazione tecnica. Ma io in realtà avrei voluto tutt'altro, volevo dedicarmi alle emozioni. Mi stancai in fretta delle uova e delle tazzine in controluce su cui Finsler ci faceva lavorare. Così andavo allo Schauspielhaus a fotografare gli attori. Mi sono comunque diplomato a pieni voti, anche se non frequentavo spesso le lezioni. Del resto quel diploma non l'ho mai dovuto mostrare a nessuno in tutta la mia vita.

La visita di Edward Steichen
Un giorno arrivò alla nostra scuola Edward Steichen. Si presentò con Robert Frank. Cercava foto per la mostra "Family of Man" che stava allestendo al Museum of Modern Art di New York. A noi studenti sembrava un po' troppo romantico. Finsler aveva preparato un tavolo con le nostre cose migliori, le solite tazze in controluce. Steichen le guardò, poi gli disse: «signor Finsler, abbiamo bisogno di fotografare l'uomo». Quello fu per me il semaforo verde: da allora cominciai a fotografare quel che mi interessava.

Alla Magnum a 22 anni
Dopo la scuola sono passato alla fotografia di reportage abbastanza in fretta, senza che nemmeno lo sapessi. Nel 1955 feci un servizio in una scuola per sordomuti nei dintorni di Zurigo, il mio primo grosso lavoro, e grazie a Werner Bischof lo sottoposi alla Magnum. Fu pubblicato su Life. E mi aprì le porte alla Magnum. Ma era anche l'inizio dei miei problemi: ogni storia nuova erano problemi nuovi e sconosciuti con cui mi dovevo confrontare, e spesso finivo per schiantarmi contro un muro. Come secondo servizio ad esempio me ne fu proposto uno sull'architettura di Le Corbusier, cosa che per la mia formazione mi conveniva abbastanza. Ma c'erano anche delle persone, e non sapevo come fotografarle, non sapevo come pormi di fronte a loro con la mia Leica: questo a scuola non ce l'avevano mai spiegato. Iniziai dunque nella fotografia life, avendo alla Magnum dei grandi esempi nel genere: Werner Bischof era già morto, ma c'erano Robert Capa e Henri Cartier-Bresson. Ai quali mostrai le mie foto, un giorno che andai a Parigi. Ero appena all'inizio, ma subito David Saymour, cofondatore di Magnum con Capa, Cartier-Bresson e George Rodger, mi mandò in giro per il mondo a fare reportage. Dovetti imparare a nuotare da solo. Divenni membro di Magnum nel '59.

La lezione di Cartier-Bresson
Alla Magnum l'influenza più grande su di me la ebbe Cartier-Bresson. Fu una scuola splendida ma dura. Gli devo l'affinamento del senso di disciplina che in un certo modo già avevo. Ma lui mi ha davvero insegnato come si sfrutta appieno l'intero formato fotografico, usando gli obiettivi, avvicinandosi al soggetto ecc… Mi insegnò a comporre le immagini in modo tale che, quando i film venivano rispediti in agenzia, si potesse subito andare in stampa senza ulteriori aggiustamenti: perché le immagini erano già pienamente sfruttate e perfettamente composte. Cartier-Bresson in questo era inimitabile. Mi sono un po' liberato da questo insegnamento quando, lavorando in camera oscura, mi resi conto che non era necessario aggiustare le fotografie: capii che si deve anche poter andare oltre il bordo dell'immagine. La vita mi ha posto in un certo senso nella condizione di dover trovare una mia sintesi fra Finsler e Cartier-Bresson, per poi staccarmi da entrambi i maestri. È stata una corsa ad ostacoli, naturale e innaturale, incredibile e pazza com'era la vita all'epoca.

Una democrazia dittatoriale
Magnum era per me l'ideale per come lavoravano i fondatori. Era un gruppo di persone che non aveva un'ideologia, ma che pensava differentemente. Era una democrazia dittatoriale. Fu la Magnum che inventò il sistema dei reportage di 20-30 immagini di qualità accessibili a tutti i giornali, anche ai più piccoli. Chi però pubblicava una nostra storia doveva rispettare sia il formato che le didascalie delle foto. Oggi siamo in 40, ognuno con la sua indipendenza, che paghiamo anche finanziariamente. Pensavo che dopo la morte di Cartier-Bresson, nel 2004, tutto sarebbe finito. Ma sono arrivati molti giovani, tutto è cambiato e però funziona ancora.

La teoria del momento preciso
Cartier-Bresson teorizzava la foto fatta "al momento preciso". Ma il momento preciso è difficile da cogliere, è come un treno troppo veloce. Io facevo spesso delle sequenze, forse inconsciamente perché il mio obiettivo da giovane era fare del cinema. Del resto la mia macchina preferita, la Leica, è nata proprio per usare i film cinematografici da 35 mm.

L'importanza della composizione
Per me è sempre stato naturale vedere in una fotografia le linee compositive, la prospettiva. A scuola imparavamo a fare prima il disegno, poi a scattare la foto. È importante: in una foto composta bene si sente che c'è stata una selezione, una decisione. Il mio problema fu quello di inserirci le persone: all'inizio le volevo sempre fermare.

Fotografare i morti
Mi sono sempre rifiutato di fotografare i morti. Anche questo mi è venuto dalla vita. In Svizzera ero cresciuto in un clima zwingliano-calvinista, e durante la guerra mia mamma in casa aveva accolto diversi profughi, soprattutto polacchi ma anche tedeschi. Ero stato dunque fortemente condizionato alla sofferenza fin da bambino. Sul terreno dei miei reportage poi ero spesso confrontato a soggetti sui quali tutti i fotografi presenti si buttavano, e già questo mi andava poco. Ero per natura timido. E trovavo molto importante il comportamento che si tiene: non si deve essere aggressivi. Così quando c'erano centinaia di fotografi che si accanivano su uno stesso soggetto, io me ne andavo da un'altra parte. Questo mi permetteva di sviluppare un mio approccio, un mio punto di vista personale.

Occhi, cuore e piedi
Ho lavorato con tutti i formati, ma la Leica 35 mm è il mio terzo occhio. Il digitale è rapido, troppo rapido: manca il tempo per la riflessione. All'inizio della mia carriera dovevamo fare i conti con la censura, con i rullini che andavano persi nelle spedizioni ecc… Oggi la trasmissione e la pubblicazione sono quasi immediate. È brutto, non c'è più il tempo per prendere le distanze, per riflettere; e questo non deve autorizzare a fare qualsiasi cosa. Un buon fotografo deve sempre lavorare, oggi come allora, con gli occhi, con il cuore e con i piedi.

Il problema della verità
Ho fatto l'esperienza di molte guerre. Oggi si discute molto di giornalismo "embedded". Ma già molti miei amici lo facevano: le loro foto sembravano scattate a Hollywood. Certo oggi il problema della credibilità si pone in maniera ancora più importante. Credo che siamo tutti responsabili della perdita di credibilità della fotografia, non solo chi usa Photoshop. Ma non so se le foto di una volta fossero più vere. Forse non rappresentavano necessariamente la realtà. Allora come oggi però l'importante era ed è l'emozione che sanno cogliere e trasmettere di fronte ad un evento reale.

Dal fotogiornalismo all'arte
I reporter ambiscono sempre più a realizzare foto d'arte. Anch'io espongo nelle gallerie, hanno una funzione importante. Ma quando fotografavo non pensavo che poi le mie foto sarebbero state esposte. Erano destinate ai giornali. La Magnum è accusata di tendere sempre più verso la foto d'arte. Io non sono contro questa evoluzione, ma ricordo sempre che la forza e la magia di una fotografia stanno nella sua capacità di cogliere un momento che non tornerà mai più. D'altra parte oggi anche Le monde e la Neue Zürcher Zeitung pubblicano foto a colori. È un'evoluzione interessante, che però ci porta sempre più verso il fotogiornalismo "people". E allora capisco che ai fotografi interessino di più le gallerie e i musei.
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MAGNUM PHOTOS OFFICIAL WEBSITE
www.magnumphotos.com

HENRI CARTIER-BRESSON


Non sono necessarie molte presentazioni per chi è conosciuto come il padre della fotografia di reportage e ha fermato nei suoi scatti quasi un secolo di eventi. Henri Cartier-Bresson, uno tra i più convinti puristi della fotografia è nato il 22 agosto 1908 a Chanteloup, 30 chilometri ad est di Parigi, da una famiglia alto borghese amica delle arti. Inizialmente si interessa solo di pittura (grazie soprattutto all'influenza di suo zio, artista affermato, che all'epoca considerava un po' come un padre spirituale), e diventa allievo di Jaques-Emile Blanche e di André Lhote, frequenta i surrealisti e Triade, il grande editore.
Dagli inizi degli anni '30 sceglie definitivamente di sposare la fotografia.

Nel 1931, a soli 23 anni, ritornato in Francia dopo un anno in Costa d'Avorio, Henri Cartier-Bresson scopre la gioia di fotografare, compra una Leica e parte per un viaggio che lo porta nel sud della Francia, in Spagna, in Italia e in Messico. La Leica con la sua maneggevolezza e la pellicola 24x36 inaugurano un modo nuovo di rapportarsi al reale, sono strumenti flessibili che si adattano straordinariamente all'occhio sempre mobile e sensibile del fotografo.

L'ansia che rode Cartier-Bresson in questo suo viaggio fra le immagini del mondo lo porta ad una curiosità insaziabile, incompatibile con l'ambiente borghese che lo circonda, di cui non tollera l'immobilismo e la chiusura, la piccolezza degli orizzonti. Nel 1935 negli USA inizia a lavorare per il cinema con Paul Strand; tiene nel 1932 la sua prima mostra nella galleria Julien Levy.

Tornato in Francia continua per qualche tempo a lavorare nel cinema con Jean Renoir e Jaques Becker, ma nel 1933 un viaggio in Spagna gli offre l'occasione per realizzare le sue prime grandi fotografie di reportage.
Ed è soprattutto nel reportage che Cartier-Bresson mette in pratica tutta la sua abilità e ha modo di applicare la sua filosofia del "momento decisivo": una strada che lo porterà ad essere facilmente riconoscibile, un marchio di fabbrica che lo distanzia mille miglia dalle confezioni di immagini celebri e costruite.

Ormai è diventato un fotografo importante. Catturato nel 1940 dai tedeschi, dopo 35 mesi di prigionia e due tentate fughe, riesce a evadere dal campo e fa ritorno in Francia nel 1943, a Parigi, dove ne fotografa la liberazione.
Qui entra a far parte dell'MNPGD, un movimento clandestino che si occupa di organizzare l'assistenza per prigionieri di guerra evasi e ricercati.

Finita la guerra ritorna al cinema e dirige il film "Le Retour". Negli anni è negli Stati Uniti, dove fotografa soprattutto per Harper's Bazaar.

Nel 1947 al Museum of Modern Art di New York viene allestita, a sua insaputa, una mostra "postuma"; si era infatti diffusa la notizia che fosse morto durante la guerra.
Nel 1947 insieme ai suoi amici Robert Capa, David "Chim" Seymour, George Rodger e William Vandivert (un manipolo di "avventurieri mossi da un'etica", come amava definirli), fonda la Magnum Photos, cooperativa di fotografi destinata a diventare la più importante agenzia fotografica del mondo.

Dal 1948 al 1950 è in Estremo Oriente. Nel 1952 pubblica "Images à la sauvette", una raccolta di sue foto (con copertina, nientemeno, che di Matisse), che ha un'immediata e vastissima eco internazionale.
Nel 1955 viene inaugurata la sua prima grande retrospettiva, che farà poi il giro del mondo, al Musée des Arts Décoratifs di Parigi.

Dopo una serie di viaggi (Cuba, Messico, India e Giappone), dal 1966 si dedica progressivamente sempre più al disegno.
Innumerevoli, in questi anni, sono i riconoscimenti ricevuti, così come le esposizioni organizzate e le pubblicazioni che in tutto il mondo hanno reso omaggio alla sua straordinaria produzione di fotografo e di pittore.

Dal 1988 il Centre National de la Photographie di Parigi ha istituito il Gran Premio Internazionale di Fotografia, intitolandolo a lui.

Oltre ad essere universalmente riconosciuto tra i più grandi fotografi del secolo, Henri Cartier-Bresson ha avuto un ruolo fondamentale nella teorizzazione dell'atto del fotografare, tradotto tra l'altro nella già ricordata e celebre definizione del "momento decisivo".

Poco prima di raggiungere i 96 anni, è morto a Parigi il 2 agosto 2004. La notizia ha commosso e fatto il giro del mondo solo due giorni più tardi, dopo i funerali.









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ROBERT CAPA


Quando nel 1936 Endre Friedmann (il nome di battesimo del fotografo) e Gerda Taro (sua compagna e collaboratrice) inventarono lo pseudonimo di "Robert Capa", stavano solo cercando un modo per sbarcare il lunario; non potevano sapere che, invece, stavano dando vita a quello che sarebbe diventato non solo uno dei più grandi fotografi di guerra di tutti i tempi, ma addirittura l’emblema stesso del fotoreportage. Infatti, nel corso della sua carriera (dalla metà degli anni Trenta al 1954), Capa ha ottenuto una fama e una credibilità tali da essere ormai noto anche a chi non è esperto del settore. Le sue immagini (stimate in più di 70.000) hanno immortalato gli avvenimenti più importanti della prima metà del secolo.

Come inviato, ha fatto reportage in cinque diverse guerre: civile spagnola, seconda guerra mondiale, conflitto in Cina, prima guerra arabo-israeliana e conflitto in Indocina. Per ognuna di esse è riuscito a raccontare i momenti salienti attraverso immagini diversificate: a volte, ha realizzato immagini-icona (celebre è quella scattata in Spagna nel 1938, dopo la vittoria definitiva del dittatore Franco, durante un raduno di volontari delle Brigate Internazionali visibilmente delusi per la sconfitta e che alzano con fierezza il pugno per riaffermare comunque le proprie idee); altre volte, immagini di denuncia, come quando a Madrid nel 1936 ha inquadrato, di fronte a un muro devastato dai segni della guerra, tre bimbi seduti sul marciapiede a giocare oppure come quando in Cina nel 1938 ha ripreso, dal basso verso l’alto, il viso di un bimbo con l’elmetto e la divisa militare (una delle copertine più celebri di LIFE); ed ancora immagini di momenti "nascosti" e amari, come quando a Lipsia nel 1945 ha ripreso su un balcone un soldato americano (immerso in una pozza di sangue), ucciso dai cecchini oppure il paracadutista impigliato nei fili della luce; a volte ha rivelato nelle sue fotografie il suo gusto estetico sporadicamente, altre volte ha mostrato il suo senso ironico della vita.


Capa, oltre ad avere documentato avvenimenti storici, ne ha immortalato anche i protagonisti, come Trotzkj o Roosevelt (immortalato mentre chiede informazioni a un siciliano); si è rivelato, inoltre, un abile ritrattista nell’utilizzare tagli e prospettive inedite, dimostrando sapienza compositiva; si pensi al bellissimo ritratto (di profilo) scattato a Hollywood a Ingrid Bergman, mentre è seduta su una poltrona con la testa abbandonata all’indietro oppure quando nell’agosto 1948 in Francia ha ripreso una modella sulla spiaggia, mentre in secondo piano Picasso le regge un ombrellino per proteggerla dal sole.


Tutte le sue fotografie sono in bianco e nero e sono state ottenute attraverso l’utilizzo di macchine leggere, come la Leica e la Contax: erano appena state introdotte nel commercio negli anni Trenta e, grazie al nuovo formato maneggevole e alle pellicole (anziché lastre), consentivano di essere portate ovunque, permettendo nuove declinazioni stilistiche. Si pensi alle foto scattate durante lo sbarco in Normandia nel D-Day: quel giorno Capa aveva portato con sé due Contax per riprendere l’avvenimento ininterrottamente per novanta minuti, realizzando 108 foto, di cui purtroppo solo 8 furono stampate a causa del tragico errore commesso in fase di sviluppo dai tecnici di LIFE.


Capa cercava sempre di essere il più vicino possibile alle situazioni che documentava; infatti, sosteneva: "Se le tue foto non vanno bene, vuol dire che non ti sei avvicinato abbastanza", un pensiero che consolidò nel 1942 durante un episodio raccontato dal giornalista Alex Kershaw. Un giorno Capa andò in una base americana a Chelveston e vide tornare i soldati mutilati dopo un attacco; allora, ripose la macchina, decidendo di non fare più il becchino, ma di partecipare in prima persona anche alle missioni più pericolose, nella convinzione che i combattenti avrebbero tollerato la sua presenza soltanto se avesse vissuto con loro la guerra. Da quel momento fece l’addestramento per imparare a lanciarsi con il paracadute e, col tempo, acquisì molta più esperienza di guerra di quanta ne avessero le truppe e gli esperti.
Questo suo atteggiamento era già emerso quando nel 1938 era stato pubblicato il reportage che aveva realizzato in Spagna con la collaborazione di Gerda Taro: il titolo è molto esplicativo, infatti è Death in Making (La Morte mentre si attua). Forse il riferimento esplicito è alla celeberrima fotografia Il miliziano colpito a morte scattata sul fronte di Cordoba nel 1936 a un miliziano nel momento esatto in cui viene colpito e ucciso da un proiettile. L’immagine è diventata un’icona non soltanto della guerra civile spagnola, ma anche delle guerre in generale; però, è stata al centro di un lunga controversia fra chi sosteneva che si trattasse di una fotografia in posa e chi ne difendeva la veridicità, controversia che pare sia stata risolta qualche anno fa quando è stato identificato il soggetto dell’immagine (un certo Federico Borrell Garcia) e la data effettiva della sua morte. Anche se l’attendibilità della fotografia è importante da un punto di vista storico, da un punto di vista prettamente fotografico è stato molto più interessante il dibattito, perché poneva un problema spinoso: il fotoreporter deve sempre documentare la realtà così com’è o può reinterpretarla in modo più o meno velato fino all’estremo della ricostruzione di una scena? Il fotografo Christian Caujolle, direttore dell’agenzia francese Vu e curatore della mostra per il cinquantenario del premio World Press Photo, riferendosi espressamente alla fotografia in questione, ha recentemente dichiarato: «Troppe volte chiediamo al fotografo di essere neutrale. È una sciocchezza. Il fotografo prende posizione per natura, deve essere militante».
Il confine fra documentazione e interpretazione è labile, come fanno presumere diverse affermazioni fatte da Capa stesso che, in un’intervista del 1937, dichiarò che "la verità è l’immagine migliore" ma, dieci anni dopo, nell’avvertenza pubblicata sul suo libro intitolato Slightly Out of Focus, sostenne:

"Visto che scrivere la verità è ovviamente tanto difficile, nell’interesse della verità stessa mi sono permesso ogni tanto di andare appena oltre, altre volte di fermarmi appena al di qua. Tutti gli avvenimenti e le persone descritte in questo libro sono accidentali e hanno qualche cosa a che fare con la verità".

Inoltre, in un’altra occasione, aveva ammesso che: "La foto è una sezione di un fatto, che mostra la realtà vera a chi non era presente molto più di quanto possa fare l’intera scena".


Simili contraddizioni e problematicità fanno parte del personaggio e del mito di Robert Capa, contribuendo ad alimentarlo, se mai ce ne fosse bisogno. Infatti, Capa era noto per essere istintivo e indisciplinato, avventuroso e ironico, esuberante, amante del gioco, delle donne e del whisky, insomma amante dei piaceri della vita e della vita stessa, come ricorda in più occasioni il fotoreporter Ferdinando Scianna. Al tempo stesso, era professionale e inseparabile dal suo lavoro di fotografo di guerra (la odiava, ciononostante non riusciva a starne per troppo tempo lontano); inoltre, aveva lottato per affermare l’autonomia dei fotoreporter; infatti, sin dal 1938 aveva cominciato a pensare all’idea di creare una cooperativa di fotografi (progetto realizzatosi nel 1947 con la fondazione della Magnum) che ne tutelasse i diritti e la libertà. Capa era sensibile a una simile tematica, anche perché detestava qualsiasi costrizione, come si evince dalle parole che consigliò al collega e amico Henri Cartier-Bresson:

"Guardati dalle etichette. Rassicurano certo, ma prima o poi qualcuno te ne affibbia una di cui non riesci più a liberarti […]. Se deve proprio esserci un’etichetta, assumi quella di "fotoreporter" e conserva la tua arte per te stesso, in fondo al cuore".

Robert Capa era proprio come lo si immagina guardando alcuni suoi ritratti: sia che indossi la divisa militare con l’elmetto in testa e la sigaretta in bocca, sia che indossi un completo elegante con la pettinatura ordinata, si notano sguardo e sorriso ammiccanti che denotano un atteggiamento sicuro di sé e consapevole del fascino legato anche alla sua professione, come sottolineava chiaramente ogni volta che diceva:

«Il corrispondente di guerra ha in mano la posta in gioco, cioè la vita, e la può puntare su questo o quel cavallo, oppure rimettersela in tasca all’ultimo minuto. Io sono un giocatore d’azzardo».


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LIFE MAGAZINE

Il primo numero di LIFE

Il 23 Novembre 1936 l'editore Henry Luce (già proprietario di "Time"), convinto che una serie di immagini potesse raccontare una storia altrattanto bene se non meglio di un testo scritto, diede vita a "LIFE". Nasceva cosí quello che oggi viene comunemente definito "photo magazine", proprio per l'uguale importanza riservata alla parola e alle immagini. Il primo numero, al prezzo di 10 cents, era illustrato da una serie di fotografie di Alfred Eisenstaedt.

L'anno di uscita di LIFE vedeva l'Europa sull'orlo della seconda guerra mondiale, con Adolf Hitler ormai fermamente al potere, affiancato da Benito Mussolini in Italia e da Francisco Franco in Spagna. Gli Stati Uniti tuttavia stavano affrontando la Grande Depressione, di conseguenza Henry Luce preferí dedicare il primo numero della rivista alla costruzione di una grande opera pubblica: la diga di Fort Peck, voluta dal presidente Roosvelt. La fotografa era Margaret Bourke-White.

La struttura della rivista era semplice: i testi altro non erano che le didascalie delle foto. La carta utilizzata per la stampa era di buona qualità ma molto economica e ciò consentì alla rivista di diffondersi tra un pubblico molto vasto. Il primo numero superò tutte le aspettative di vendita e raggiunse quota 380.000 copie, per poi superare abbondantemente il milione solo un mese dopo.

LIFE, numero di Maggio 1938 - copertina di Robert Capa


Durante lo sbarco in Normandia (6 giugno 1944) LIFE inviò al seguito delle truppe americane Robert Capa, un esperto fotografo le cui foto della guerra civile spagnola avevano già fatto il giro del mondo. Egli era l'unico fotoreporter presente a quello storico avvenimento e riuscì a realizzare più di un centinaio di foto sotto il fuoco nemico. Tuttavia di quegli scatti se ne salvarono solo otto, a causa di un banale errore di sviluppo imputabile ai collaboratori di LIFE stesso. La rivista pubblicò quelle poche foto, che naturalmente erano mosse a causa della concitazione del momento, specificando nelle didascalie che esse erano "leggermente fuori fuoco" a causa del tremore delle mani del fotografo in un frangente così pericoloso. Capa smentì tale accusa e qualche anno dopo intitolò un suo libro di memorie "Slightly out of focus", deridendo in tal modo chi aveva tentato di liquidare semplicisticamente il lavoro del più grande fotografo di guerra...

Polemiche a parte, LIFE ha pubblicato sulle proprie pagine articoli spesso controversi e provocatori, è stato odiato da molti e amato da altrettanti personaggi di spicco, come il presidente Harry S. Truman che decise di affidare le propire memorie alla rivista di Luce. Sul finire degli anni '50, LIFE iniziò a perdere lettori anche a causa dell'avvento della televisione, la quale spostò l'interesse del pubblico verso nuove forme di comunicazione.

Per tutti gli anni '60 LIFE continuò a raccontare storie, dalla guerra del Vietnam a temi più leggeri come le relazioni romantiche tra attori di Hollywood, sempre servendosi del contributo di grandi fotografi. Tuttavia le vendite calarono sempre di più e la rivista fu costretta a sospendere la pubblicazione settimanale l'8 dicembre 1972.

Fino al 1978, LIFE uscì in forma sporadica attraverso i LIFE Special Reports, monografie dedicate a temi specifici, per poi riprendere la cadenza mensile dal 1978 al 2000. Il successo della formula iniziale tuttavia non venne mai ripetuto e dopo mille difficoltà sempre superate in un modo o nell'altro, nel mese di marzo del 2007 LIFE ha annunciato la sua ennesima sospensione delle pubblicazioni (sembrerebbe quella definitiva), pur mantenendo il proprio archivio fotografico sulla web (Life official website).

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ANSEL ADAMS E IL GRUPPO F/64


Ansel Adams - The Tetons and the Snake River (1942)

Il Gruppo f/64 fu fondato da Ansel Adams nel 1932 allo scopo di riunire alcuni fotografi aderenti alla straight photography.
New York espresse i primi vagiti di straight photography a partire dai primissimi anni del Novecento, con gli scatti del freelance Lewis Hine a Ellis Island, approdo americano degli emigranti, ma soprattuto con la Photo secession di Alfred Stieglitz e Paul Strand (fondata nel 1902).
La memorabile riproduzione del Flat Iron Building, riproposta da Stieglitz, Strand e Edward Steichen in tre versioni diverse, è una rappresentazione tanto simbolica quanto tenacemente sociale: nella sagoma di richiamo navale, transatlantico, del palazzo newyorkese, la deriva degli Stati Uniti parla da sola, senza bisogno di nessun tipo di artificio.
Si trattò di una definitiva affermazione della fotografia come arte a se stante, diversa dalla pittura, ma altrettanto complessa: la fondazione di Camera Work, organo stampato di Photo secession, gettò le basi affinché tra Europa e Stati Uniti si costituisse un vero e proprio ponte culturale, capace di rendere tangibile la collocazione della fotografia nell'attualità. Collocazione che Camera Work si guadagnò in maniera egregia, ospitando gli autorevoli contributi di personalità come Auguste Rodin, Vasilij Kandinskij, Paul Cézanne, Pablo Picasso, Georges Braque, Henri Matisse, Toulouse-Lautrec e Constantin Brancusi.
Dal 1905 al 1917, fu peraltro attivo al 291 di Fifth Avenue il centro Little galleries of the Photo-Secession (detto anche semplicemente "291"), un piccolo atelier che iniziò - così come Stieglitz - esponendo opere pittorialiste, per poi diventare un punto di riferimento straight, oltre che sede operativa di Camera Work.
Il manifesto costitutivo del Gruppo f/64 fu sottoscritto da otto fotografi: Ansel Adams, Imogen Cunningham, Willard Van Dyke, John Paul Edwards, Consuelo Kanaga, Sonya Noskowiak, Henry Swift, Edward Weston.
Il termine f/64 si riferisce alla minima apertura di diaframma nello scatto di una fotografia e al conseguente valore massimo di profondità di campo. È la simbolica risposta al pittorialismo che definisce l'approvazione della straight photography.
Il gruppo concentrò il proprio operato sugli stimoli forniti dall'attualità e dai risvolti sociali. Si propose di rilanciare l'arte contemporanea sul principio dell'indipendenza ideologica del fotografo e della fotografia, rifiutando i crismi della corrente pittorialista che, seppur propri delle arti grafiche, erano qualcosa di diverso dalla pura fotografia. Una pura fotografia che non doveva avere alcuna velleità qualitativa, tecnica o stilistica, quindi, ma doveva dedicarsi in maniera essenziale, diretta (straight), alla cattura della quotidianità.

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LA FOTOGRAFIA DOCUMENTARIA


Walker Evans - Ritratto di Floyd Burroughs, mezzadro

«Documentaria è la fotografia della polizia scattata sul posto di un delitto. Quello è un documento. Vedi bene che l’arte è senza utilità, mentre un documento ha un’utilità. Per questo l’arte non è mai un documento, ma può adottarne lo stile. E’ quello che faccio io.»
(Walker Evans)

La fotografia documentaria (o documentaristica) è un'attività fotogiornalistica che si propone di riprodurre oggettivamente la cronaca per immagini della realtà quotidiana.
Il movimento acquistò grande rilevanza a partire dagli anni '30 negli Stati Uniti: qui, complice il desolato clima della Grande Depressione, acquisì una marcata dimensione sociale. Il presidente Roosvelt in persona istituì nel 1937 la Farm Security Administration (FSA) sotto la guida di Roy Stryker, e contrattó un gruppo di fotografi allo scopo di documentare la recessione agricola dilagante nel Paese. La FSA si trasformò in una fucina collettiva di istantanee di povertà: operò fino al 1943, suscitando nel mondo fotografico la nascita di una vera e propria corrente di fotoreporter: Arthur Rothstein, Gordon Parks, Dorothea Lange, Todd Webb, Ben Shahn, Carl Mydans e Walker Evans furono solo alcuni tra i grandi fotografi che collaborarono al progetto. I negativi sono attualmente conservati presso la Library of Congress di Washington.

Dorothea Lange - Madre Emigrante

L'esperimento condotto da Roosvelt (mirante a creare delle "comuni" di agricoltori per ottimizzare la produzione) si ispirava troppo palesemente ai modelli collettivi sovietici e per questo non decolló mai.
Nonstante ció il programma di documentazione fotografica della Farm Security Administration, condotto tra il 1935 ed il 1944, si puó considerare un successo.
Anche se a scopo principalmente propagandistico, la FSA distribuí un consistente materiale informativo al grande pubblico, con lo slogan "presentare l'America agli Americani". In questo modo per la prima volta si faceva luce sulle reali condizioni di una consistente parte della popolazione statunitense e grazie ai commoventi scatti di Evans, Dorothea Lange e Gordon Parks, furono comunque varate misure a sostegno delle categorie maggiormente disagiate.

Walker Evans - ritratto di Allie Mae Burroughs

LIBRERIA DEL CONGRESSO - FARM SECURITY ADMINISTRATION: PORTFOLIO




NOTA SULLA FOTOGRAFIA DOCUMENTARIA IN EUROPA

La fotografia documentaria ebbe il suo maggiore sviluppo negli Stati Uniti, anche grazie al fatto che un approccio più diretto alla fotografia trovava oltre oceano un terreno sgombro dal peso dei condizionamenti della cultura classica europea. Non dobbiamo credere tuttavia che la fotografia nel vecchio continente si limitasse ad una pura emulazione dei canoni della pittura. Anzi, molti fotografi americani modellarono il loro sguardo in seguito a significative esperienze trascorse da questo lato dell'atlantico. E' proprio qui che, più o meno consciamente, stavano prendendo vita progetti fotografici volti a catalogare in maniera oggettiva l'esperienza del visibile.

Il maggiore rappresentante di questo nuovo modo di accostarsi al seggetto fotografato è il francese Eugène Atget.

Dimenticato negli anni successivi alla sua morte, avvenuta nel 1927, nel corso di tutto il secondo Novecento Eugène Atget non ha smesso di essere oggetto di riflessioni da parte di storici e teorici della fotografia, e di riscoperte da parte dei fotografi che spesso ne hanno fatto, e continuano a farne, un vero e proprio oggetto di culto. La figura di Atget è quasi un archetipo del vedutismo contemporaneo, speculare in questo senso a quella di August Sander, autore di una poderosa opera di classificazione dei tipi sociali della Germania pre-nazista.

Gli estremi di quest’incessante ritorno su colui che è stato definito lo spartiacque tra la fotografia dell’Ottocento (anche se sostanzialmente tutta la sua produzione appartiene al nostro secolo) e quella del Novecento, si trovano da un lato nella pubblicazione curata da Man Ray nel 1926, poco prima della morte del fotografo, di quattro sue immagini su La Révolution surréaliste (da cui trae origine la lunga serie di letture del suo lavoro in chiave surrealista), dall’altro nella valorizzazione della straordinaria modernità del suo approccio alla rappresentazione del paesaggio, fatta dal gruppo dei New Topographics americani alla fine degli anni Settanta, e più volte ripresa nel contesto delle molte campagne fotografiche di indagine sul territorio realizzate in Europa e negli Stati Uniti negli ultimi trent’anni.

Nato a Bordeaux nel 1857, Atget scopre relativamente tardi la fotografia. La sua sterminata produzione (secondo gli storici supera le diecimila immagini) inizia intorno al 1898, alternando fasi di lavoro febbrile a momenti di stanchezza (soprattutto a partire dalla prima guerra mondiale). Prima di quella data, Atget era stato marinaio su una nave mercantile diretta in Uruguay, studente di recitazione al Conservatoire National des Arts Dramatiques e infine, abbandonati gli studi, attore per ben diciassette anni in diverse compagnie teatrali attive nella provincia francese. La decisione di dedicarsi alla fotografia arriva alla fine degli anni Novanta, a causa degli scarsi risultati ottenuti come attore e dopo un breve tentativo con la pittura. Nel 1899 scopre l’esistenza di un vero e proprio mercato di immagini di documentazione della vecchia Parigi e riesce a vendere cento stampe alla Bibliothèque Historique. Da allora non smetterà più, fino all’anno della sua morte, le sue ricognizioni a tappeto dei luoghi tipici della provincia francese, delle strade della capitale, dei monumenti, degli oggetti d’uso, delle vetrine dei negozi, registrando "pazientemente e furtivamente una vecchia e minuta Parigi che stava scomparendo".

Una delle immagini più conosciute di Eugène Atget

La giovane assistente di Man Ray, la fotografa Berenice Abbott, visitò più volte il fotografo e acquistò da lui alcune copie. Dopo la sua morte nel 1927 acquistò circa 1.500 negativi e 10.000 copie rimaste nell’atelier, li portò negli Stati Uniti e si dedicò per quarantanni insieme al gallerista Julien Levy a rendere nota quest’opera unica.

La stessa Abbott prese ispirazione dall'opera di Atget per realizzare il suo lavoro dal titolo "Changing New York", con il quale si ripropose di documentare, così come Atget aveva fatto per Parigi, la New York degli anni '30 che andava lentamente scomparendo sotto l'impulso della modernizzazione e del progresso.

Si deve a lei il fatto che le fotografie di Atget abbiano influenzato notevolmente fotografi americani come Walker Evans o Lee Friedlander.

Il Flat Iron Building fotografato da Berenice Abbott

Berenice Abbott - Veduta di Manhattan

A

ALFRED STIEGLITZ E LA FOTO-SECESSIONE


Alfred Stieglitz fotografato da Edouard Steichen

Alfred Stieglitz e i fotografi che lavorarono sulla Rivista
Camera Work
, da lui fondata nel 1903, sono i veri pionieri della fotografia moderna, consapevoli che questa tecnica doveva percorrere il cammino dell'espressione artistica ma al tempo stesso doveva necessariamente staccarsi da una concezione pittoricistica dell'arte.

Inizialmente accanto al desiderio di accreditarsi come arte, la fotografia su Camera Work si propone come mezzo privilegiato per cogliere in modo fulmineo - con «l'istantanea» - il mondo moderno in rapida crescita, in una prontezza di visione che nessun altro mezzo possiede.

Esaminando oggi i numeri originali della rivista si può seguire la progressiva conquista della libertà di espressione, maturata attraverso la consapevolezza dei fotografi di non essere meri riproduttori ma autori, oltre che attraverso gli scambi con scrittori, filosofi e artisti europei.
Camera Work grazie alle segnalazioni del fotografo
Edward Steichen
, fidato ambasciatore di Stieglitz in Europa, pubblica opere di Rodin, Matisse, Picasso, gli scritti di George Bernard Shaw e lo Spirituale nell'arte di Vassilij Kandinskij, discutendo sulle questioni teorico-metodologiche. Si afferma l'unicità dell'opera fotografica, raggiunta attraverso tecniche particolari; ne esistono infiniti esempi, dalla gomma bicromata alla decalcomania al bromolio e ritocchi in fase di stampa che con particolari effetti, di sfumatura ad esempio, avvicinano la fotografia alla pittura.

Sempre di più, tuttavia, la fotografia si affranca dai modelli pittorici: mentre la pittura tendeva a ritrarre un soggetto ritenuto già "bello", nobile, la fotografia di Stieglitz tendeva verso un concetto di bellezza non già immanente nelle cose, ma che al contrario si creava nel moento dell'incontro tra il mondo (soggetto fotografato) e la macchina fotografica. Questa concezione rivoluzionava completamente i canoni estetici stabiliti fino a quel momento e permetteva, grazie alla fotografia, di nobilitare anche i soggetti più banali ed ordinari.

Parlando della sua celebre immagine del Flat-Iron Building Stieglitz scrive:

"improvvisamente vidi il Flat-Iron come mai l'avevo visto prima. Dal luogo in cui lo osservavo dava l'impressione di procedere nella mia direzione, come la prua di un mostruoso transatlantico: era l'immagine della nuova America che si stava costruendo".

Alfred Stieglitz - Flat Iron Building

Con il termine di Foto-secessione si intende esattamente questo atto volontario di distacco dai canoni tradizionali dell'arte, non un ripudio delle altre arti le quali potevano e dovevano convivere pacificamente con la nuova nata, la fotografia.

Nel 1917, quando la rivista chiude con l'ultimo numero dedicato alla fotografia oggettiva di Paul Strand, è ormai chiaro che i fotografi si sono affrancati dal pittorialismo (questo il nome della tecnica di ritocco fotografico) e puntano decisamente verso immagini azzardate, magari con particolari di oggetti o architetture che, decontestualizzati, tendono all'astrazione.

Le immagini di Stieglitz e della sua rivista sono suddivise fra le collezioni di numerose istituzioni, secondo il volere dello stesso fotografo. Stieglitz ha lasciato un consistente nucleo di materiale al Metropolitan Museum, mentre una parte dell'eredità è stata donata dalla moglie, la pittrice americana Georgia O'Keeffe, al Museum of Modern Arts di New York.

Alfred Stieglitz - Two Towers (New York 1913)

Alfred Stieglitz - Georgia O'Keeffe Nude

A

LE ORIGINI DELLA FOTOGRAFIA - ESEMPI



Nicéphore Niepce

Incisione ottenuta con bitume di giudea


La prima fotografia di Niepce (1826)


J. Mandé Daguerre


Il primo dagherrotipo


Il primo uomo fotografato


Macchina Giroux per dagherrotipia


Macchina per dagherrotipia-dorso

Studio per dagherrotipia


Esempio di dagherrotipo


Esempio di dagherrotipo


Esempio di dagherrotipo


W. H. Fox Talbot


Esempio di Calotipo


Esempio di Calotipo


Esempio di calotipo

Un moderno banco ottico


Banco ottico - dorso

STORIA DELLA FOTOGRAFIA - CRONOLOGIA

La fotografia è nata "per caso", ma inevitabilmente. Ed è figlia delle osservazioni sulla luce e sull’ottica di Pitagora, Aristotele ed Euclide.
Ad essa, però, si è giunti dopo lunghi periodi contraddistinti da una lenta evoluzione tecnologica contrapposta ad una formidabile spinta della scienza, dell’arte e dell’architettura.
Fin dal ponderoso De Architectura di Vitruvio (I sec. A.C.), è il tema della prospettiva che avvicina matematici ed architetti.


La camera oscura e i materiali fotosensibili

Tra l’osservazione ad occhio nudo e l’osservazione meccanica il passo è breve: la "camera obscura" si diffonde a cavallo del Cinquecento e del Seicento più di quanto non si possa immaginare. Da vera e propria stanza con un foro al centro di una parete dentro la quale si entrava fisicamente per osservare e ricalcare su grandi fogli la proiezione dello scenario esterno, si è arrivati a modelli piccoli, trasportabili e reflex. La camera oscura portatile di fine Seicento, che riproduceva sul vetro smerigliato quanto inquadrato dal foro stenopeico e poi da una vera e propria lente, diventò lo strumento di molti pittori per il disegno dal vero.
Piano piano, mentre le conoscenze della chimica e il caso (collaboratore fisso di tutte le grandi invenzioni) evolvono positivamente, molti artisti cominciano a sentire l’esigenza di fissare quella comoda, impalpabile immagine della camera oscura. Ma come?
Aristotele (IV sec. A.C.) osserva che i raggi del sole che passano per una piccola apertura producono un’immagine circolare. Ma da Aristotele a Ruggero Bacone passano 17 secoli. Nel 1267, infatti, il monaco inglese descrive la camera oscura e l’uso dello specchio da anteporre al "forame" per raddrizzare le immagini. Nel Quattrocento, gli artisti mostrano uno spiccato interesse per l’ottica, ma solo come tecnica per gestire la prospettiva dei loro quadri. Nel 1515, alla camera oscura si riferisce Leonardo da Vinci.
Chi inventò la camera oscura "moderna"? Di sicuro, c’è il disegno dell’olandese Rainer Frisius (1545) che illustra la grande camera oscura utilizzata per l’osservazione dell’eclissi di sole dell’anno precedente.
Girolamo Cardano, invece, nel 1550 applica una lente alla camera oscura ed ottiene un’immagine più luminosa, mentre Daniele Barbaro adotta il diaframma per ridurre le aberrazioni.
Il salto di qualità arriva dopo cento anni, quando il monaco Johann Zahn (1685), progetta una camera oscura con specchio a 45° ("reflex") dietro la lente per rinviare l’immagine verso l’alto e consentire un più facile ricalco sul vetro smerigliato. Con il Settecento, lo scenario cambia.
Il boom della camera oscura è ormai consolidato, ma anche la chimica fa i suoi progressi. Nel 1725 Johann Heinrich Schultze scopre che il nitrato d’argento annerisce con l’esposizione alla luce.
Il primo tentativo di fissare un’immagine su un supporto alla luce della scoperta di Schultze, fu quello di Thomas Wedgwood, figlio del famoso ceramista inglese. Probabilmente, il suo scopo era quello di industrializzare l’uso della camera oscura di cui si servivano gli artigiani della ditta paterna per riprodurre su piatti e zuppiere le ville ed i castelli della clientela.
Dopo vari esperimenti condotti tra il 1796 ed il 1802, riesce a registrare i profili degli oggetti che appoggiava su piccoli pezzi di pelle bianca sensibilizzata e che esponeva alla luce del sole. Ma le immagini non erano permanenti e Wedgwood poteva osservarle solo per pochi minuti a lume di candela prima che svanissero.

IV Secolo A.C. Aristotele osserva un'eclissi con una sorta di camera oscura.

1039. L’erudito Alhazan Ibn Al-Haitham descrive il principio della camera oscura riferendosi ad Aristotele.

1515. Leonardo da Vinci spiega il funzionamento dell’occhio ricorrendo all’esempio della camera oscura.


1545. Reiner Frisius pubblica la prima illustrazione della camera oscura.

1550. Girolamo Cardano elabora la lente convessa e la applica al foro della camera oscura; migliora la qualità dell’immagine.

1556. L’alchimista Georgius Fabricius rileva che la "luna cornea" (cloruro d’argento) annerisce con l’esposizione alla luce.

1558. Giovanni Battista della Porta descrive il principio della camera oscura con foro stenopeico come ausilio al disegno.

1586. Daniele Barbaro dell’Università di Padova dimostra che l’applicazione di un diaframma di diametro inferiore a quello della lente: migliora la qualità dell’immagine.

1589. Della Porta descrive la camera oscura dotata di lente.

1609. Galileo costruisce il telescopio.

1685. La camera oscura reflex con schermo smerigliato e portatile, 23x61cm, viene realizzata dal monaco Johann Zahan.

1704. Isaac Newton pubblica "Opticks" dove spiega la sua teoria corpuscolare della luce.

1725. Johann Heinrich Schultze scopre che l’annerimento dei sali d’argento è dovuto all’azione della luce ottiene immagini a contatto (stencils) ma non può fissarle.

1757. Giovanni Battista Beccaria dimostra che l’annerimento dei sali d’argento è dovuto all’azione della luce e non dell’aria.

1777. Carl Wilhelm Scheele applica il prisma solare per studiare la sensibilità ai colori dei sali d’argento.

1793. I fratelli Joseph-Nicéphore e Claude Niépce tentano di fissare chimicamente l’immagine nella camera oscura mentre, militari, erano di stanza a Cagliari.

1800. Sir John F. Herschel scopre la radiazione infrarossa.

1802. Thomas Wedgwood realizza profili con la camera oscura su cuoio bianco sensibilizzato. Non potendoli fissare possono essere osservati per breve tempo solo a lume di candela.


Niépce, Daguerre e Talbot

Falliti gli esperimenti di Wedgwood, è il francese Joseph-Nicéphore Niépce a dare impulso alla soluzione del problema. Niépce aveva il pallino delle invenzioni e già nel 1796, quando era militare a Cagliari, ipotizzò di poterla fissare chimicamente: l’idea della fotografia, dunque, sarebbe stata concepita in Italia. La sua idea, in realtà era quella di ottenere lastre litografiche in modo facile ed economico e quindi pensa di sfruttare la camera oscura per impressionare una lastra da incisori e, nel 1826, ottiene la riproduzione su peltro di una stampa del cardinale George d’Amboise.
Gli esperimenti avanzano e Niépce è ad una svolta. Mette la camera oscura alla finestra del suo studio decine di volte, esponendo numerose lastre finché, dopo una posa di 8 ore ottiene un’immagine ben visibile. Si tratta della fotografia più antica mai ritrovata conservata.

Louis Mandé Daguerre era un pittore che stava facendo fortuna col un grande spettacolo ad effetti con giochi di luci e fondali mobili che lui stesso dipingeva con l’ausilio della camera oscura (il “Diorama”).
Entra in contato con Niépce e fanno società, ma nel 1833 Niépce muore. Daguerre continua ed ottiene i primi successi.

Anche in Inghilterra qualcuno lavorava attorno alla stessa idea:è William Henry Fox Talbot che nel 1833 riesce a fissare un’immagine negativa di 2,5x2,5cm con una piccola camera oscura e che chiama disegno fotogenico.

1816. Il 5 maggio Niépce scrive al fratello annunciando di aver ottenuto una debole immagine su carta e di averla parzialmente fissata. E’ insoddisfatto perché l’immagine è una negativa!

1819. Herschel scopre che l’iposolfito di sodio scioglie i sali d’argento. Il fissaggio nasce prima della fotografia.

1822. Il pittore Louis Mandé Daguerre inaugura il Diorama, uno spettacolare teatro nel quale attraverso fondali mobili e giochi di luce vengono proposte agli spettatori suggestive vedute.

1826. Niépce ottiene una buona copia a contatto su lastra di peltro spalmata di bitume di Giudea (comune "asfalto") del ritratto del cardinale di Reims. È il primo esempio di riproduzione fotomeccanica.

1826. Niépce espone una lastra per eliografia nella camera oscura ed ottiene la prima fotografia conosciuta. Tempo di posa, 8 ore. La lastra, ritrovata da Helmut Gernsheim, è conservata presso l’Università del Texas ad Austin.

1827. Daguerre lavora per fissare le immagini della camera oscura e viene informato dall’ottico Chevalier degli esperimenti di Niépce cui forniva le lenti.

1829. Niépce è deluso perché la Royal Society non prende atto dell’invenzione di cui non vuole rivelare il segreto.

1829. Niépce fotografa su vetro una natura morta utilizzando il suo procedimento col bitume di giudea.

1829. Il 4 dicembre Niépce e Daguerre firmano un contratto della durata di dieci anni per sviluppare le loro invenzioni.

1833. W. H. Fox Talbot espone al sole una foglia a contatto con carta imbevuta in soluzione di sale da cucina e nitrato d’argento; ottiene una macchia bianca su un fondo nero, la prima vera "negativa".

1833. Muore Niépce e nella società con Daguerre subentra il figlio Isidore che non porta alcun concreto contributo.

1835. In estate Talbot ottiene su carta al nitrato e cloruro d’argento l’immagine negativa (6x6cm circa) di una finestra. Chiama l’immagine "disegno fotogenico".

1835. Talbot spiega che è possibile ottenere un’immagine positiva da una negativa: nasce il concetto della stampa come ancora oggi la conosciamo.

1837. Daguerre, con il suo procedimento, ottiene una perfetta natura morta su lastra di rame allo ioduro d’argento di 16x21cm. L’immagine ha i lati invertiti.

1837. Hippolyte Bayard, funzionario del Ministero delle Finanze francese, inizia i suoi esperimenti ottenendo deboli negative.

1838. Parigi. Daguerre fotografa il Boulevard du Temple e fissa la prima immagine umana: un gentiluomo fermo dal lustrascarpe.


1839. La politica incorona Daguerre

L’anno fatidico per la storia della fotografia è il 1839. È quello della nascita della fotografia ed il padre ufficiale è Daguerre appoggiato dall’accademico Arago. Il dagherrotipo non era la migliore proposta: era costoso e l’immagine non era facilmente visibile sulla lastra a specchio, la copia era unica ed appariva con i lati invertiti.

Oltre Talbot, che già nel 1835 era arrivato al concetto della riproducibilità infinita dell’immagine fotografica, nella stessa Parigi di Daguerre, il funzionario del Ministero delle finanze Hippolyte Bayard aveva messo a punto un sistema decisamente più avanzato del dagherrotipo. Le immagini erano ottenute esponendo nella camera oscura un foglio di carta al cloruro d’argento che veniva sviluppato in una soluzione di ioduro di potassio.

Sempre nel 1939 nasce ufficialmente la parola "fotografia". La suggerisce Herschel in una lettera del 28 febbraio indirizzata a Talbot fondendo le parole greche phos (luce) e grapho, (scrittura) come alternativa al termine eliografia di Niépce.

1839. Parigi. Il 7 gennaio François Arago presenta all’Accademia di Francia i dettagli del processo dagherrotipico. Nasce ufficialmente la fotografia.

1839. Parigi. L’annuncio dell’invenzione di Daguerre ha un effetto bomba nel mondo dell’arte: "Da oggi la pittura è morta", è il mesto commento di Paul Delaroche.

1839. Parigi. Il 20 gennaio Bayard migliora la sua tecnica della ripresa positiva diretta su carta.

1839. Londra. Il 25 gennaio Michael Faraday mostra ai membri della Royal Institution i disegni fotogenici di Talbot.

1839. Londra. Il 29 gennaio Talbot scrive all’accademico François Arago padrino di Daguerre per rivendicare la priorità dei suoi esperimenti.

1839. Londra. Il 31 gennaio Talbot tiene una relazione sui suoi disegni fotogenici alla Royal Society.

1839. Londra. Il primo febbraio Herschel dimostra a Talbot l’efficacia del fissaggio a base di iposolfito di sodio.

1839. Londra. In una lettera a Talbot del 28 febbraio Herschel usa per la prima volta il termine "fotografia".

1839. Parigi. Il giorno 8 marzo il Diorama di Daguerre viene distrutto da un incendio.

1839. Monaco. Il 9 marzo la tecnica di Talbot giunge all’Accademia delle scienze bavarese. Partono i primi esperimenti tedeschi.

1839. Napoli. Il dagherrotipo viene presentato in Italia all’Accademia delle Scienze.

1839. Parigi. Il 20 marzo Bayard raggiunge risultati notevoli utilizzando il suo metodo positivo diretto.

1839. Parigi. Il 2 maggio Arago scrive al Ministro degli Interni per raccomandare Niépce e Daguerre; meritano un sussidio. Lo Stato propone un vitalizio in cambio della pubblicazione di tutti i segreti del dagherrotipo.

1839. New York. Il 20 maggio Samuel Morse, l’inventore del telegrafo, esegue la prima immagine dagherrotipica oltre Atlantico.

1839. Dopo dimostrazioni alla Camera dei Deputati e dei Pari, il governo francese decide di acquistare i diritti dell’invenzione di Daguerre e di liberalizzarne l’uso.

1839. Parigi. Il 14 luglio Bayard espone trenta immagini eseguite con il suo metodo positivo su carta: è polemica con Arago.

1839. Parigi. Il 7 agosto Luigi Filippo firma il decreto per l’acquisto e la pubblicazione delle tecniche di Daguerre: 6000 franchi l’anno per lui e 4000 per Isidore Niépce.

1839. Parigi. Il 10 agosto Alphonse Giroux, ottico e cognato di Daguerre, inizia a vendere gli apparecchi per dagherrotipia.

1839. Parigi. Il 19 agosto fu reso di pubblico dominio il procedimento di Daguerre.

1839. Parigi. Il 19 agosto Talbot protegge la sua tecnica fotogenica con un brevetto francese.

1839. In estate Talbot espone 93 disegni fotogenici a Birmingham.


Verso la fotografia di massa

I 49 anni che vanno dall’ufficializzazione del dagherrotipo da parte dell’Accademia di Francia all’introduzione della Kodak N.1 nel 1888, sono fondamentali nell’evoluzione della tecnica della fotografia. In questo periodo infatti vengono poste le basi dell’industria fotografica moderna.

Fino a George Eastman (inventore del marchio “Kodak”), lo sforzo è mirato al miglioramento dei materiali sensibili. Dal dagherrotipo al collodio umido, il salto è grande perché la sensibilità dell’emulsione aumenta di dieci volte.

Se il calotipo di Talbot non era in grado di offrire un’immagine perfettamente nitida, così non fu per il negativo di vetro all’albumina introdotto nel 1847 da Abel Niépce de Saint-Victor.

Nel 1851, un determinante impulso alla qualità viene offerto da Frederick Scott Archer con la tecnica del collodio umido. Il procedimento prevede la sensibilizzazione della lastra poco prima dell’uso, ciò richiedeva però l’esposizione con la lastra ancora umida. Ma l’alta sensibilità e la definizione delle lastre al collodio umido, fanno sparire dalla circolazione le negative di carta e quelle all’albume. Il grande balzo tecnico, però, è del 1871 quando Richard Leach Maddox, annuncia un sistema per la produzione delle lastre a secco al bromuro d’argento.

Acquisita la tecnologia per fermare le immagini, ha inizio la corsa verso il colore. Dopo anni di coloriture a mano all’anilina, nel 1861 il fisico scozzese James Clerk Maxwell ottiene la prima immagine a colori visibile solo proiettando contemporaneamente tre negativi ottenuti attraverso i filtri rosso, verde e blu (oggi diremmo in RGB). Qualche anno dopo, Louis Ducos du Hauron ottiene la prima stampa fotografica a colori con la tecnica della tricromia; du Hauron, al contrario di Maxwell, usa per la ripresa filtri nei colori complementari stampando, poi, su carta al carbone con pigmenti dei tre colori primari.

Sono, questi, gli anni di Gaspard-Félix Tournachon, in arte Nadar. Ma anche della fotografia stereoscopica, dei primi reportage di guerra, della fondazione di moltissime industrie: Voigtlaender, Zeiss, Steinheil, Dallmeyer, Agfa, llford, Kodak, Konica, Leitz. L’ottica fa passi da gigante, tanto che già qualcuno pensa alla scansione dell’immagine (!): Paul Nipkow, padre della televisione, che nel 1884 realizza un disco per la trasmissione delle immagini. Anche l’Italia, benché in condizioni di arretratezza industriale, ha le sue firme: Michele Cappelli, i Murer, gli Alinari, l’appassionato Francesco Negri, Carlo Ponti e tanti altri.

Nel 1888, George Eastman, uomo di frontiera e capitano d’industria, capisce che il momento è venuto, e lancia la Kodak N.1. A lui va riconosciuto il merito di aver reso popolare l’uso della macchina fotografica. Da quel momento non fu più necessario essere alchimisti per scattare una fotografia. Bastò "premere il bottone", proprio come ricordava l’astuto slogan pubblicitario.

1840. John William Draper scatta con successo un ritratto dagherrotipico e fotografa per la prima volta la luna.

1840. Herschel conia i termini negativo e positivo.

1840. Josef Max Petzval progetta per Voigtlaender un obiettivo specifico per ritratto con luminosità f/3,6.

1840. Il 20 settembre Talbot formula le prime teorie sull’immagine latente con le carte allo ioduro d’argento.

1840. John Frederick Goddard scopre che i vapori di bromuro e ioduro d’argento aumentano la sensibilità; il tempo di posa, sempre in pieno sole, è di 20 secondi.

1840. Il chimico Toshinoyo Ueno acquista nel porto di Nagasaki un apparecchio per dagherrotipi da un olandese. Ueno è considerato il padre della fotografia giapponese.

1840. Bayard protesta con un autoritratto in posa da affogato perché lo Stato francese, complice l’affarista Arago, ha finanziato Daguerre e lui è senza un soldo.

1840. Apre il primo studio fotografico a New York, quello di Wolcott e Johnson.

1841. In vendita la Voigtlaender progettata per l’obiettivo di Petzval. Fornisce lastre dagherrotipiche circolari.

1841. L’8 febbraio Talbot brevetta il "calotipo". La negativa su carta al nitrato d’argento e ioduro di potassio richiede tempi di esposizione di 60-120 secondi.

1841. R. Beard apre il primo studio fotografico in Europa.

1841. La lastra dagherrotipica diventa più sensibile, il tempo di posa richiesto è di soli 30-90 secondi.

1842. Il religioso jugoslavo Janez Puhar non disponendo di lastre adatte alla dagherrotipia utilizza per la prima volta il vetro.

1842. Alexander Bain dimostra che è possibile trasmettere immagini a distanza via cavo (prima dell’invenzione del telegrafo? ndr)

1843. Benkichi Ohno costruisce quello che è ritenuto il primo apparecchio per dagherrotipi giapponese.

1843. Talbot apre uno studio a Reading, l’attuale Baker Street di Londra.

1843. David Octavius Hill e Robert Adamson usano la fotografia per i volti di un quadro con 457 personaggi.

1844. Talbot pubblica la prima parte de The pencil of Nature, il primo libro illustrato con fotografie applicate.

1844. Fizeau e Foucault scoprono il difetto di reciprocità con il dagherrotipi, nasce la sensitometria.

1844. Friederich von Martens realizza la prima fotocamera panoramica da 150° con obiettivo rotante e lastra dagherrotipica.

1845. Il dagherrotipo viene usato in microfotografia.

1846. Carl Zeiss fonda la famosa fabbrica a Jena.

1847. Abel Niépce de St. Victor, nipote di Nicéphore, migliora il procedimento del calotipo di Talbot.

1847. Abel Niépce de St. Victor produce negative su vetro all’albumina (bianco d’uovo) e alogenuro d’argento. Tempo di esposizione: 10 minuti.

1848. Niépce de St. Victor realizza immagini a colori che, però, non possono essere fissate.

1848. Edmond Becquerel tenta di fissare immagini a colori su lastra d’argento; eliocromia è il nome della sua tecnica.

1848. Abel Niépce mette a punto il processo all’albumina.

1849. Sir David Brewster perfeziona con l’applicazione di lenti lo stereoscopio per la visione di immagini stereo.

1849. Peter von Voigtlaender fonda a Vienna la Voigtlaender che si trasferirà più tardi a Braunschweig.

1849. Un anonimo scatta le immagini dell’assedio della Repubblica Romana tra cui il Ponte Milvio distrutto ed una panoramica di 4,7 metri composta da undici tavole di 40cm. È uno dei primi reportage di guerra.

1850. Esce a New York il primo giornale per fotografi, The Daguerreian Journal.

1850. Louis Blanquart-Evrard inventa la carta all’albume al cloruro d’argento.

1851. Muore Daguerre (22 anni dopo il suo trionfo).

1851. Archer lancia l’ambrotipo; su un fondo nero il negativo al collodio umido su vetro acquista un effetto positivo simile al dagherrotipo.

1851. Frederick Scott Archer descrive il processo al "collodio umido": la sensibilità è dieci volte superiore rispetto all’albume. Il tempo di posa è di 30 secondi, ma la lastra dev’essere sensibilizzata poco prima dell’esposizione.

1851. Talbot fotografa nitidamente un foglio del Times fissato su una ruota in movimento sfruttando una potente scintilla elettrica (cioè un “falsh” ndr).

1851. Il piemontese Ignazio Porro progetta il primo teleobiettivo il cui disegno verrà poi ripreso da Dallmeyer.

1852. Inizia l’attività dei fratelli Leopoldo, Giuseppe e Romualdo Alinari.

1853. Viene fondata a Londra la Photographic Society che pubblica il primo giornale in argomento The Photographic Journal.

1853. Herschel suggerisce di microfotografare i documenti di pubblico interesse.

1854. Il giudice dà torto a Talbot che sosteneva la violazione del suo brevetto da parte di Archer con il suo processo al collodio umido.

1854. Viene fondata a Parigi la Sociètè Françoise de Photographie.

1854. André Disdéri brevetta il suo sistema per ritratti: esplode la moda della carte-de-visite.

1854. Ambrose Cutting brevetta il processo all’albumina.

1854. Nasce il British Journal of Photography.

1855. J.M. Taupenot prepara lastre al collodio secco. Tempo di posa: 2-8 minuti.

1855. Roger Fenton parte da Londra per fotografare la guerra di Crimea; l’attrezzatura è sul carro fotografico. E’ il primo fotografo di guerra.

1856. Vengono commercializzate le prime lastre al collodio secco. Tempo di posa: 10-90 secondi.

1856. Le prime fotografie subacquee sono ottenute dall’inglese Thompson che immerge la fotocamera a 5m di profondità.

1857. Oscar Gustave Rejlander realizza uno dei primi fotomontaggi utilizzando 30 negativi per un’immagine di sapore classico: "Two ways of life" (Due modi di vivere).

1858. Gaspard Felix Tournachon, in arte Nadar, fotografa Parigi dal pallone aerostatico.

1858. John Pouncy inventa il trattamento alla gomma bicromata.

1859. Bunsen e Roscoe usano il magnesio per illuminare gli ambienti.

1860. Felice Beato fotografa in Cina la Guerra dell’oppio.

1861. William England realizza il primo otturatore sul piano focale.

1861. James Clerk Maxwell ottiene per proiezione la prima immagine a colori

1861. Il Cardinal Vicario di Roma vieta la fotografia di nudo ed obbliga i fotografi all’autorizzazione di polizia tuttora in vigore in Italia.

1861. Mathew Brady organizza le riprese della guerra di Secessione. Sono con lui Timothy O’ Sullivan e Alexander Gardner.

1862. Thomas Sutton costruisce la prima reflex monobiettivo (?).

1864. La fotocamera Dubroni consente di preparare le lastre umide all’interno dell’apparecchio. Non ebbe fortuna commerciale.

1864. Alphonse-Louis Poitevin lancia il procedimento di stampa al carbone: offre un’ampia gamma tonale e grande stabilità nel tempo.

1865. Il lampo al magnesio diventa una realtà (flash).

1865. I fratelli Hyatt inventano la celluloide.

1866. Il fisico Ernst Abbe diventa socio di Carl Zeiss, il suo ingresso consente alla fabbrica di prosperare.

1867. La fotografia è la regina dell’Esposizione Universale di Parigi.

1867. Nei pressi di Berlino nasce la Aktiengesellshaft für Anilinfabrikation, una fabbrica di coloranti e aniline che più tardi diventerà l’Agfa.

1868. Louis Ducos du Hauron scatta la prima vera fotografia a colori col metodo della tricromia.

1868. A Piazza del Popolo, a Roma, vengono ghigliottinati i rivoluzionari Monti e Tognetti. Il fotografo era presente.

1869. Ernst Leitz rileva l’industria di Carl Keller cambiandole il nome. È l’inizio di una leggenda.

1870. Piccioni viaggiatori trasportano messaggi microfotografati dai comunardi durante l’assedio di Parigi.

1870. Giovanni Ganzini apre il primo studio fotografico di Milano.

1870. Un anonimo fotografa le fasi dell’ingresso a Roma delle truppe piemontesi e la breccia di Porta Pia.

1871. Richard Leach Maddox realizza le prime negative in gelatina al bromuro d’argento (cioè il materiale di cui sono composte le pellicole attuali ndr). La sensibilità è bassissima.

1871. Apre il primo esercizio commerciale giapponese, la Asanuma Trading.

1872. Eadweard Muybridge fotografa la corsa dei cavalli e dimostra che per un attimo restano sollevati da terra.

1873. Vengono scoperte le proprietà fotoconduttive del selenio, ma ci vorranno sessant’anni perché venga prodotto il primo esposimetro.

1875. Leon Warnerke inventa la pellicola in rullo (su supporto di carta).

1877. Eadweard Muybridge inizia i suoi studi sul movimento usando una batteria di apparecchi fotografici (è il primo passo verso il cinematografo).

1877. Il 17 settembre Talbot muore a Lacock Abbey.

1879. George Eastman brevetta la prima macchina per la stesa dell’emulsione: la produzione diventa di massa.

1879. Alfred Hugh Harman fonda a Ilford, nelle vicinanze di Londra, la Britannia Works che diventerà poco dopo la Ilford Limited.

1881. Eastman e Henry A. Strong costituiscono la Eastman Dry Plate Company.

1882. Vengono commercializzate le lastre ortocromatiche al bromuro d’argento (sensibilità al verde).

1882. Etienne Marey costruisce il fotofucile per riprendere gli animali. Usa una lastra circolare con 12 fotogrammi, otturatore con tempo breve di 1/720 di sec. e motore ad orologeria.

1882. Alphonse Bertillion, prefetto di polizia di Parigi, ha un’idea: e nasce la foto segnaletica.

1884. Paul Nipkow brevetta un disco per la trasmissione a scansione delle immagini, siamo alla tv in embrione.

1885. Francesco Negri fotografa al microscopio il bacillo del colera e sperimenta la ripresa a colori in tricromia con il metodo di De Hauron.

1886. Murer e Duroni iniziano l’attività comune. Resteranno i maggiori produttori italiani di apparecchi fotografici fino agli anni Trenta.

1887. Si diffondono gli apparecchi reflex 9x12cm come la Kinégraphe.

1888. Nasce il marchio Kodak e la Kodak N.1 è il primo apparecchio di massa. La pellicola per 100 pose circolari deve essere caricata in fabbrica. "Voi premete il bottone, noi facciamo il resto" è lo slogan inventato da Eastman.

1888. La Photosphere è un apparecchio metallico con magazzino per 12 lastre 8x9cm; compatto, ebbe ampio successo e moltissimi imitatori.


Il colore diventa realtà

La riproduzione fotografica del colore è stata una ossessione per molti decenni dell’Ottocento. Acquisita la tecnica primaria di fissare l’immagine, si poteva cominciare a lavorare ad altro. Dopo tanti esperimenti, nel 1891, Gabriel Lippmann, professore alla Sorbona, perfeziona il suo sistema di cromofotografia interferenziale di riproduzione del colore. Il procedimento è di estrema complicazione, ciò nonostante, gli varrà, nel 1908, il premio Nobel per la fisica: l’unico alto riconoscimento ad un rappresentante del mondo dell’immagine, se si esclude il Nobel del 1971 a Dennis Gabor per l’olografia.

Il salto tecnico avviene nel 1907 con il lancio dell’Autochrome dei fratelli Auguste e Louis Lumière quelli stessi che, 12 anni prima, avevano dato vita al cinematografo. Sulla scia dei Lumière, molti altri lavorarono alla lastra a colori sia con la tecnica della sintesi additiva che sottrattiva. La prima ebbe più successo, in particolare con il sistema Dufay che venne usato fin dopo l’avvento del Kodachrome, la pellicola per diapositive tutt’ora in produzione che fu messa a punto nel 1933.

1889. Edison, dopo aver inventato il fonografo e la lampadina, usa pellicola Eastman 35mm per il suo Kinetograph (antesignano del cinematografo dei fratelli Lumière ndr).

1889. Nasce a Firenze la Società Fotografica Italiana.

1889. Kodak commercializza la prima pellicola in rullo su supporto trasparente di celluloide (nitrato di cellulosa).

1889. Si svolge a Parigi il primo Congresso mondiale di fotografia per stabilire gli standard industriali e tecnici dei prodotti fotografici.

1889. L’Agfa inizia a produrre materiale fotografico.

1890. F. Hurter e V.C. Driffeld creano le basi della sensitometria.

1890. Si diffonde il pittorialismo: per essere considerata arte la fotografia richiede manipolazioni ed elaborazioni.

1890. Liévin Gevaert fonda ad Anversa la Gevaert Photo Produkten (si unirà in seguito con l’Agfa ndr).

1891. La Kodak lancia la pellicola in rullo caricabile in luce diurna.

1891. Il Kinetoscope di Edison, versione a gettone del Kinetograph, consente di vedere brevi sequenze di animazione; è la preistoria del cinema.

1891. Gabriel Lippmann ottiene la prima immagine a colori stabile col complicato metodo interferenziale.

1891. Ducos du Hauron inventa il metodo anaglifo per la visione stereoscopica con occhiali con filtri rosso e blu-verde.

1893. Louis Boutan con tuta da palombaro e macchina scafandrata è il primo fotografo subacqueo.

1893. Zeiss realizza l’obiettivo Planar a sei lenti (tutt’ora uno dei migliori obiettivi mai costruiti).

1893. Il tripletto di Cooke della Taylor & Hobson utilizza nuove lenti al bario, buona correzione e grande luminosità: f/3.

1893. John Joly pone un reticolo a strisce sottilissime (9 per mm) nei colori rosso-verde-ciano davanti alla lastra; osservando la positiva a contatto a registro col reticolo ottiene una visione additiva a colori.

1893. Leo Baekeland, futuro inventore della bakelite (1909), produce la Velox, carta per ingrandimenti usabile con luce di sicurezza gialla.

1894. È di gran moda la stampa alla gomma bicromata per effetti pittorici.

1894. L’inglese Photographic Society diventa la Royal Photographic Society.

1894. Viene pubblicato in Italia Il Progresso Fotografico (tutt’ora in edicola ndr).

1895. I fratelli Lumière realizzano il Cinematografo. Usa pellicola 35mm come il Kinetoscope di Edison, ma le immagini sono visibili per proiezione.

1895. La carta all’albumina ha sempre più successo. Una fabbrica di Dresda consuma 60.000 uova al giorno per la sua produzione.

1897. K.F. Braun realizza il primo tubo catodico con schermo fluorescente.

1900. La Kodak lancia la prima Brownie, un nome che verrà utilizzato per centinaia di modelli fino agli anni Cinquanta.

1901. Si studia un supporto non infiammabile per le pellicole (“safety” ndr).

1902. Alfred Stieglitz fonda il movimento Photo Secession per contestare il pittorialismo: la fotografia è arte in se stessa. Lo seguono Edward Steichen, Clarence White e Gertrude Kaesebier.

1902. Kodak lancia la sviluppatrice diurna per pellicola.

1902. Paul Rudolf progetta per la Zeiss l’obiettivo Tessar f/6,3 a quattro lenti. Lo schema è tutt’ora utilizzato.

1903. Esce il primo dei 50 numeri di Camera Work, la rivista americana d’arte fotografica fondata da Stieglitz.

1904. Otto Perutz mette a punto un’emulsione pancromatica.

1905. La rivista National Geographic inizia a pubblicare sistematicamente fotografie come parte dei suoi servizi da tutto il mondo.

1907. I Lumière presentano il sistema Autochrome per la fotografia a colori. Il retino è realizzato con fecola di patate: 6000 grani da 10-15 micron per millimetro quadrato.

1907. La foto artistica impazza grazie alla carta al bromolio.

1908. Gabriel Lippmann è premio Nobel per la sua tecnica di ripresa a colori con il metodo interferenziale.

1908. Viene commercializzata la pellicola "safety", il supporto in acetato è meno infiammabile della cellulosa.

1908. Louis Dufay commercializza le lastre Dufaycolor per fotografia a colori con sintesi additiva. Il sistema avrà successo per più di vent’anni.

1908. Edouard Belin tenta l’invio di immagini via telefono. Il suo belinografo è l’antenato del fax.

1910. Muore Nadar.

1911. Primi passi per il cinema sonoro.

1912. Appare l’otturatore centrale Compur (tutt’ora in uso nei banchi ottici professionali).

1912. Gaumont presenta il cinema a colori per sintesi additiva simultanea.

1912. Da un poligono di Dresda viene lanciato il primo razzo con ogiva fotografica per riprese aeree.

1912. Va in produzione la Speed Graphic, la fotocamera dei fotoreporter americani fino agli anni Cinquanta.

1912. Anton Giulio e Arturo Bragaglia presentano i concetti del Fotodinamismo a Marinetti e ai futuristi.


Dalle lastre al 35mm

Dopo quasi un secolo speso nella ricerca della lastra migliore possibile, l’industria comincia a pensare alla praticità degli apparecchi, agli obiettivi e agli accessori. Nel 1913, Oskar Barnack, un tecnico della Leitz di Wetzlar disegna un apparecchio fotografico tascabile adatto alla pellicola 35mm perforata per cinematografia. Scoppia la guerra e si pensa ad altro, ma poi l’idea viene ripresa e la Leica I (Lei-tz Ca-mera) viene lanciata nel 1925 (è una vera e propria rivoluzione, paragonabile all’avvento del digitale ai giorni nostri).

Sulle prime, i professionisti snobbano la Leica perché la pellicola ha troppa grana; poi, man mano che le caratteristiche vengono perfezionate e la qualità delle emulsioni consente di ottenere un dettaglio migliore, i fotoreporter cominciano ad apprezzarne la leggerezza. La Rolleiflex, in questo, è avvantaggiata; il 6x6 cm non è un grande formato, ma è ben più grande di quello Leica. Ciò non toglie che il successo della piccola fotocamera spinga la grande Zeiss a rispondere con la Contax. La rivalità tra le due case tedesche porta il 35mm all’attenzione di tutti. Terzo incomodo, la la Jhagee di Dresda che nel 1936 presenta la Kine-Exakta, la prima reflex 35mm. Un primato che verrà cancellato dalla Sport della sovietica Gomz di Leningrado, dimenticato e poi riscoperto alla caduta del muro di Berlino.

Mentre alla fotografia viene riconosciuto un valore culturale e giornalistico (in questi anni nascono riviste come Fortune e Life), l’industria giapponese muove i suoi passi, ma sono tutti volti al mercato interno. Allo stesso tempo, il Kodachrome e l’Agfacolor aprono timidamente la strada al boom della fotografia a colori.

1913. Oskar Barnack costruisce il prototipo UR-Leica; inizia l’era della fotografia 35mm.

1913. Joseph Schneider fonda a Bad Kreuznach l’omonima ditta per la fabbricazione di obiettivi.

1916. L’Agfa presenta la sua lastra Agfacolor basata sul procedimento a retino granulare con sintesi additiva.

1916. La giapponese Lily N.2 della Konishi (Konica) viene esportata in Gran Bretagna. È solo l’inizio.

1917. Rivoluzione: un anonimo fotografa l’assalto al Palazzo d’Inverno.

1917. Dalla fusione di tre piccole ditte giapponesi nasce la Nippon Kogaku K.K., che fabbricherà le Nikon.

1919. Viene fondata la Olympus per produrre microscopi.

1919. Viene fondata la Asahi Optical, che diventerà la Asahi Optical Pentax.

1920. La Film, Fabbrica Italiana Lamine Milano, produce le prime emulsioni fotografiche. Diventerà la Ferrania.

1920. Eastman visita in Giappone la Konishi Honten (Konica) e fa la conoscenza del fondatore Sugiura.

1921. Belin sperimenta la telefoto via radio.

1921. Man Ray fa i suoi primi esperimenti surrealisti con la fotografia.

1922. Goerz presenta il primo sistema di photo-finish per le gare sportive.

1923. La prima fotografia viene teletrasmessa da New York a Londra.

1923. La Pathè inizia a produrre un sistema cinematografico amatoriale con pellicola da 9,5mm.

1923. Il cinema amatoriale è una realtà: Kodak mette in vendita la prima pellicola 16mm invertibile con cinepresa e proiettore.

1924. La Leica va in produzione. Nasce la fotografia moderna.

1926. Nasce la Zeiss-Ikon AG dalla fusione di Zeiss con Ika, Ernemann, Contessa, Nettel e Goerz.

1927. Il cinema diventa sonoro.

1928. Viene fondata la Minolta (Machinery and Instrument Optical by Tashima).

1928. La Kodak introduce la pellicola cinematografica 16mm a colori Kodacolor.

1929. Nasce la Rolleiflex biottica prodotta a Braunschweig da Franke & Heidecke.

1930. La Ilford Panchromatic è offerta in caricatori 35mm da 36 pose, sensibilità 32 Asa.

1932. Kodak introduce il primo sistema cinematografico 8mm per dilettanti.

1932. Il Weston Universal è il primo esposimetro munito di cellula fotoelettrica.

1932. Nasce il gruppo F64 fondato da Ansel Adams per celebrare il genio di Weston: la fotografia sfocata o manipolata viene bandita perchè considerata "impura".

1932. La Nippon Kogaku sforna i primi obiettivi Nikkor.

1932. Con la Contax I, ha inizio la grande rivalità di Zeiss-Ikon con Leica.

1932. Alla Leica II viene finalmente applicato il telemetro (moderno sistema di messa a fuoco ndr).

1932. "Il mio lavoro è fatto, perché aspettare?". È questo l’appunto che lascia George Eastman, vecchio e malato, prima di togliersi la vita.

1933. Agfa lancia l’Agfacolor a retino granulare per il formato Leica, ma occorrono filtri speciali.

1933. Leopold Mannes e Leopold Godowski, due musicisti, mettono a punto una pellicola a colori sottrattiva che diventerà famosa: il Kodachrome.

1933. La Agfa Superpan e la Kodak Super Sensitive 35mm hanno una sensibilità di 100 Asa.

1934. Inizia l’attività della Fuji (produttore di pellicole, concorrente della Kodak ndr).

1934. Edwin Land brevetta il filtro polarizzatore.

1934. Canon annuncia la sua prima 35mm. La Kwanon è una brutta copia della Leica II.

1935. La Farm Security Administration incarica un gruppo di fotografi di indagare sulle condizioni di vita nelle campagne americane. In 8 anni furono scattate 200.000 immagini.

1935. Dalle stazioni di Berlino hanno inizio le prime trasmissioni regolari tv: 180 linee di definizione.

1935. Su ordine di Hitler la Zeiss realizza l’Olympia Sonnar 180mm f/2,8 per la fotografa delle Olimpiadi di Berlino Leni Riefensthal.

1935. Il trattamento delle lenti a più strati viene sviluppato dalla Zeiss (oggi tale trattamento viene identificato per mezzo di sigle tipo la “ED” della Nikon = “Extra-low Dispersion” ed è fondamentale soprattutto nella fotografia digitale ndr).

1935. A Leningrado la Gomz produce la Cnopm (Sport), che non ebbe alcuna diffusione in occidente. Scoperta, dopo il crollo dell’Urss, è virtualmente la prima reflex 35mm mai prodotta.

1936. Esce il primo numero di Life, la foto di copertina è di Margaret Bourke-White.


1937-1963. Ascesa e caduta dell’industria tedesca

Negli anni Trenta, nessuno avrebbe inserito il Giappone nella lista dei poli fotografici. Invece, con un regime militare che pensava solo ad armarsi e ad espandere il proprio dominio, l’industria ottica giapponese prosperò anche se solo la Canon, nel 1935, trova il tempo di presentare la prima fotocamera 35mm a telemetro giapponese.

Nello stesso momento, in Europa e negli Stati Uniti le industrie fotografiche migliorano le proprie produzioni. Harold E. Edgerton lavora al flash elettronico, l’Agfa e la Gevaert alla tecnica del trasferimento dell’immagine da cui deriveranno i sistemi di fotocopiatura usati fino agli anni Sessanta e la fotografia a sviluppo immediato. L’Agfa lavora anche al processo Agfacolor negativo-positivo mentre la Konishiroku introduce la prima pellicola invertibile a colori made-in-Japan.
La fotografia dispone di materiali decisamente avanzati: dal grande formato alle Brownie della Kodak, passando per Rolleiflex, Leica, Contax ed Exakta. Anche l’Italia si distingue con gli apparecchi Murer, gli obiettivi Koritska, le lastre Cappelli. Le pellicole migliorano costantemente in definizione ed in sensibilità.

Finita la guerra, l’industria è pronta a riprendere il suo cammino. Già nel 1948 Edwin Land lancia la macchina fotografica a sviluppo immediato, Victor Hasselblad presenta a New York la sua reflex 6x6cm monobiettivo ed alla Fiera di Milano viene esposto il modello di quella che sarà l’italiana Rectaflex. L’industria italiana è particolarmente attiva. Viene lanciata la prima negativa a colori nazionale, la Ferraniacolor. Nasce il fenomeno Rectaflex, la prima reflex con pentaprisma presentata in contemporeanea con la Contax D della Zeiss di Dresda. Ma anche le Janua della San Giorgio, le piccole Ducati mezzo formato, la Ga.Mi. 16 mm della Galileo, le Closter, la Sonne a telemetro, le Gamma, le Iso, le Durst. Una panoramica ricca, quasi giapponese, svanita nel nulla. Di tutte le case italiane, solo la Bencini, la più commerciale, ha continuato fino agli anni Ottanta a produrre macchine fotografiche molto modeste. Quella italiana, purtroppo, è una storia industriale finita non già per scarsa qualità dei prodotti, ma per l’assoluta ignoranza del marketing e, in alcuni casi, per i migliori profitti garantiti dalle produzioni militari, scientifiche o di precisione sotto l’ala protettrice dello stato.

Fino a tutti gli anni Sessanta i tedeschi tengono banco. La potenza industriale ritrovata consente a Zeiss, Leitz, Rollei, Exakta ed Agfa di imporre i loro prodotti. Il Giappone non preoccupa. L’industria tedesca è così convinta di essere irraggiungibile che, caparbiamente, si rifiuta di prendere atto della realtà. Leitz e Contax sottovalutano quelle copie giapponesi: le Nikon e le Canon. Poi con la Nikon F è il boom per le reflex.

La Leitz, ferma sulle sue convinzioni, sostiene imperterrita la supremazia del telemetro, poi capitola con la Leicaflex, ma ormai i giapponesi si sono fatti la fama di bravi produttori e offrono ottimi apparecchi a prezzi imbattibili.

La Kodak nel 1963 lancia il sistema Instamatic e cioè la macchina fotografica facile da caricare che modificherà il rapporto della massa dei consumatori con la fotografia. L’anno successivo, l’Agfa cerca di rispondere alla casa gialla col suo sistema Rapid, ma senza risultati. Anche la fotografia immediata ha il suo momento magico: Land annuncia il Polacolor (ovvero ciò che comunemente conosciamo col nome di “Polaroid”). Un labile segno delle cose che avverranno, lo offre nello stesso anno la Canon con un prototipo, una compatta che mette a fuoco da sé; un oggetto da baraccone cui nessuno dà peso.

1937. Alla presentazione, viene venduta per errore la Olympus Standard 4x5cm, ad ottica intercambiabile. Pochi giorni dopo veniva smontata dai tecnici Leitz a Wetzlar.

1937. Canon produce il modello Hansa, la prima 35mm a telemetro giapponese. L’obiettivo standard è il Nikkor 50mm f/3,5.

1937. La fondazione Guggenheim assegna a Weston una borsa di ricerca di 2000 dollari: non era mai successo prima ad un fotografo. La fotografia entra a tutti i diritti nelle gallerie d’arte.

1937. Harold Edgerton perfeziona il flash elettronico.

1938. Edith Weyde (Agfa) e Andre Rott (Gevaert) lavorano al trasferimento dell’immagine per diffusione alla base della fotocopiatura fino agli anni Sessanta. Ai loro studi si rifece Land per la fotografia immediata.

1938. La Contaflex della Zeiss Ikon è la prima fotocamera dotata di esposimetro incorporato.

1939. L’Agfa mette a punto la stampa a colori negativo-positivo.

1940. Il flash elettronico diventa finalmente una realtà.

1940. Gli otturatori sincronizzano con il flash.

1940. Ansel Adams pubblica i suoi studi sul Sistema Zonale.

1940. Frank Foster Renwick presenta alla Royal Photographic Society di Londra la sua carta a contrasto variabile. La produrrà la Ilford.

1942. Nasce il negativo a colori Kodacolor.

1942. La Ferrania produce la prima pellicola a colori invertibile italiana basata sul procedimento Agfacolor.

1944. D-day, il 6 giugno Bob Capa fotografa lo sbarco degli Alleati in Normandia. Il suo vero nome è Andreas Friedman.

1944. Land ottiene i primi risultati con il sistema di fotografia immediata. Sembra di tornare ai tempi di Hippolyte Bayard.

1945. A seguito della sconfitta tedesca decadono i brevetti dell’Agfacolor: tutti possono approfittarne.

1945. Gli americani trasferiscono 127 scienziati della Zeiss da Jena, controllata dall’Urss, a Oberkochen dove sorgerà la nuova Zeiss occidentale. Due Zeiss, ma qual è la vera erede di Carl?

1945. La Kodak introduce il costoso sistema Dye Transfer per la stampa su carta con selezione dei tre colori: la sua qualità resterà insuperata.

1946. La Kodak introduce la pellicola invertibile Ektachrome.

1947. Edwin Land presenta alla Optical Society of America il suo sistema di fotografia a sviluppo immediato, formato 8x10 pollici.

1947. Bob Capa, Henri Cartier-Bresson, David "Chim" Seymour e George Roger fondano a Parigi l’agenzia Magnum.

1948. Presso i grandi magazzini Jordan Marsh di Boston, la Polaroid lancia l’apparecchio Modello 95 e pellicola Tipo 40 tono seppia per la fotografia immediata.

1948. Victor Hasselblad presenta a New York la sua reflex monobiettivo formato 6x6cm: la 1600F.

1948. La Rectaflex, la prima reflex 35mm dotata di pentaprisma, è presentata con successo alla Fiera di Milano.

1948. La Nippon Kogaku produce la sua prima telemetro, la Nikon I.

1948. La Fuji introduce la prima pellicola negativa a colori giapponese.

1949. Arriva la Contax S reflex con pentaprisma. La Zeiss di Dresda si attribuisce il primato nonostante la Rectaflex fosse stata presentata un anno prima.

1949. L’Unione Sovietica produce la sua prima pellicola a colori invertibile: sigla CO-1.

1949. A Rochester la casa del fondatore della Kodak diventa un museo, The George Eastman House of Photography.

1950. David D. Duncan fotografo di Life sperimenta durante la guerra di Corea gli obiettivi Nikkor sulla sua Leica IIIF. Nasce il mito Nikon.

1950. Il supporto in poliestere inizia a sostituire il vetro nella fabbricazione delle lastre.

1950. Prima edizione della Photokina di Colonia.

1953. La Asahiflex I è la prima reflex 35mm made in Japan.

1954. La Leica M3 rappresenta il modello di fotocamera a telemetro moderna, con l’innesto degli obiettivi a baionetta.

1954. Il Japan Camera Inspection Institute controlla la qualità degli apparecchi fotografici da esportazione. Segno della volontà di competere sul mercato internazionale.

1954. Il grande fotografo Bob Capa muore in Indocina ucciso da una mina.

1954. L’Agfacolor Ultra, prodotta a Wolfen, nella DDR, è la pellicola a colori più sensibile: 17 Asa.

1954. Kodak introduce la Tri-X, da 400 Asa. E’ ancora in produzione.

1954. In Italia iniziano le trasmissioni tv della Rai, negli Stati Uniti la tv è già a colori.

1955. Al Museum of Modern art di New York, apre la grande mostra “The Family of Man” organizzata da Steichen.

1955. Kodak lancia la pellicola per diapositive Ektachrome High Speed: 32 Asa è il massimo del momento.

1956. La Praktica FX2 è la prima reflex dotata di meccanismo interno per la chiusura del diaframma degli obiettivi a preselezione.

1957. Hasselblad presenta a New York il modello 500C. Un classico ancora in produzione, sul quale è possible persino montare dorsi digitali.

1957. Arriva sul mercato l’esposimetro Weston Master III.

1958. La Bell & Howell realizza un apparecchio completamente automatico, ma resta a livello di prototipo.

1958. La pellicola più sensibile in assoluto è la Royal-X Pan della Kodak: da 650 a 1600 Asa.

1959. In commercio la pellicola Polaroid Iso) per apparecchi Polaroid Land, è la più sensibile mai realizzata: 26 diaframmi più sensibile delle lastre di Daguerre.

1959. La Kodak introduce la pellicola per diapositive ad alta sensibilità High Speed Ektachrome: 160 Asa in luce diurna.

1959. La sonda sovietica Lunik III fotografa l’altra faccia della Luna.

1959. Voigtlaender introduce il primo zoom fotografico, lo Zoomar 35-83mm f/2,8 (lo stesso standard degli obiettivi professionali di oggi ndr).

1959. Nasce la reflex 35mm professionale per eccellenza: è la Nikon F.

1959. La prima reflex 35mm dotata di zoom è la Voigtlaender Bessamatic Zoomar: obiettivo 36-82mm f/2,8.

1960. Col raggio laser si ottengono i primi ologrammi e viene dimostrata la teoria descritta nel 1948 da Dennis Gabor.

1960. La Canon presenta la RM-2000, la prima reflex 35mm con otturatore fino a 1/2000 di secondo.

1960. La francese Spirotechnique produce la Calypsophot anfibia. Il progetto, acquistato dalla Nikon, porterà alla Nikonos.

1963. Land lancia la pellicola a colori a sviluppo immediato Polacolor. La negativa colore è prodotta dalla Kodak.

1963. La Topcon RE Super è la prima reflex 35mm ad essere dotata di esposimetro TTL (“Through The Lens”, ovvero attraverso l’obiettivo e non più sul corpo esterno della fotocamera).

1963. La Canon presenta alla Photokina il prototipo di un apparecchio compatto autofocus.


1964-1981. Il Giappone sbaraglia il campo

Gli anni Sessanta sono quelli del super-8, della conquista dello spazio, delle reflex meccaniche. L’evoluzione tecnica non è violenta, ma il mercato si allarga a macchia d’olio. Il made-in-Japan mostra tutta la sua potenzialità e l’elettronica comincia a fare capolino in fotografia. Nel 1972, mentre di dibatte tra il valore dell’automatismo contro il manuale, la Kodak introduce il formato Pocket Instamatic (110). E mentre la Zeiss, decide di abbandonare la produzione di apparecchi fotografici, Polaroid preme sull’acceleratore.

A metà anni Settanta, la Sony apre l’era della videoregistrazione domestica con il Betamax. Certa di conquistare il monopolio mondiale del settore, ma non concede licenze ai concorrenti ed in dieci anni il suo sistema scompare, sconfitto dal VHS della rivale Matsushita.

Fuji presenta la prima pellicola a colori negativa da 400 Iso. Fra la curiosità, proseguono gli studi sulla messa a fuoco automatica. Quello della Honeywell non è convincente per le reflex, ma funziona egregiamente sulle compatte.

Spira, però, aria di crisi. In Giappone alcune case hanno problemi finanziari, ma in Germania è peggio. La Rollei è boccheggiante dopo il trasferimento della produzione a Singapore, ma anche Agfa non presenta bilanci eccellenti.

La Kodak, sempre potente ed arrogante quanto basta, decide che il mercato della fotografia a sviluppo immediato avrà un grande futuro. Così, da fornitrice della Polaroid, nel 1976, diventa sua concorrente commettendo due grossi errori di valutazione: la fotografia immediata non era destinata ad uno sviluppo così grande, né i profitti potevano più essere quelli immaginati a causa della feroce concorrenza sui prezzi che si sarebbe sviluppata. L’affare è tutto in perdita e finirà ancor peggio poiché la Polaroid cita la Kodak in giudizio per violazione di brevetti e vince dopo dieci anni di estenuanti battaglie legali. La casa gialla è costretta ad abbandonare il settore della fotografia immediata pagando alla Polaroid un forte risarcimento. Un successo amaro per la vincitrice, che si ritroverà sola a sostenere un mercato in forte flessione ed in affanno per un’altra brutta avventura.

Nel 1978, Edwin Land, padre padrone della Polaroid, dopo vent’anni di ricerche e di indecisioni, lancia il cinema a sviluppo immediato. Un dramma: il Polavision è costoso, la qualità dell’immagine sul piccolo schermo di un player è scadente. Soprattutto è muto. Il tutto mentre il video bussa alle porte. Un simile errore, commette l’Agfa in un periodo nel quale più volte ha rischiato la bancarotta. La casa tedesca presenta pomposamente il Family: un assurdo sistema foto-cinematografico, costituito da una cinepresa super-8 capace di filmare e scattare "fotografie" (o meglio, fotogrammi singoli) ed un proiettore con un piccolo schermo incorporato davanti al quale tutte le famiglie si sarebbero raccolte per rivivere i bei giorni delle vacanze. Trattandosi di un prodotto concettualmente vecchio e senza senso, per di più accompagnato da una pessima qualità, il fallimento del Family fu prontamente assicurato.

Mentre il sistema autofocus conquista nuovi adepti tra i produttori di compatte, la Ricoh realizza un obiettivo 50 mm che incorpora il sistema Honeywell, ma è Pentax con la sua reflex ME-F a presentare nel 1981 la proposta più avanzata piazzando il modulo autofocus all’interno dell’apparecchio che poteva, così, comandare la regolazione della messa a fuoco di uno zoom motorizzato. In quello stesso anno, una notizia scuote con la potenza di un terremoto il mondo della fotografia.

Il fondatore della Sony Akio Morita presenta la Mavica, una brutta reflex che registra 50 immagini a colori su un floppy-disk e consente di rivederle immediatamente su un televisore. A quasi 150 anni dal dagherrotipo, a Tokyo, si apriva un nuovo capitolo della storia della fotografia: quello dell’immagine elettronica.

1964. La tedesca Agfa e la belga Gevaert fondono le loro attività.

1965. La Leitz si apre al sistema reflex e produce la Leicaflex con l’esposimetro accoppiato, ma cellula esterna.

1965. La Konica Autoreflex è la prima reflex 35mm ad esposizione automatica con priorità dei tempi.

1965. Kodak lancia il super-8.

1965. Fuji risponde alla Kodak col suo sistema single-8 per il cinema amatoriale, avrà successo solo in Giappone.

1965. Nella Polaroid Swinger una cellula dice Yes o No a seconda del livello di luce. Economicissima è un successo.

1966. Michelangelo Antonioni gira Blow-up.

1967. La Anscochrome (Gaf) è la pellicola invertibile a colori più sensibile: promette 500 Asa.

1967. La Ilford lancia un prodotto rivoluzionario per la stampa a colori da diapositive: è il Cibachrome Print. Utilizzato sino alla fine degli anni novanta.

1968. Dalla Konica arriva la prima reflex automatica, la Autoreflex T.

1969. Con Armstrong a Aldrin la Hasselblad sbarca sulla Luna.

1971. Canon F-1 e Nikon F2 vanno alla conquista dei professionisti.

1971. La Pentax Electro Spotmatic è la prima reflex 35mm automatica a priorità dei diaframmi.

1971. Gabor, il teorico dell’olografia, viene insignito del premio Nobel.

1971. La Zeiss abbandona la produzione di apparecchi fotografici per dedicarsi solo alla costruzione di eccellenti obiettivi.

1971. La Leica M5 a telemetro ha l’esposimetro TTL.

1972. La Olympus presenta la M-1 (OM-1), la prima delle reflex 35mm compatte diffuse negli anni Settanta. Una autentica leggenda.

1972. La Polaroid presenta il nuovo sistema SX-70 con pellicola integrale. L’apparecchio reflex e pieghevole si ispira ampiamente a progetti ottocenteschi. La qualità delle fotografie è ineguagliabile.

1975. La Olympus OM-2 effettua la misurazione automatica dell’esposizione sul piano focale. Il brevetto è di Minolta. Prosegue la leggenda iniziata con la OM-1.

1975. La Honeywell brevetta il primo sistema per la messa a fuoco automatica.

1976. Fuji introduce la prima pellicola negativa a colori da 400 Asa.

1976. La Canon AE-1 è il primo apparecchio con unità centrale CPU. Costruito parzialmente con robot, sarà prodotto in 8 milioni di pezzi.

1976. La Honeywell cede il suo reparto fotografico alla Pentax.

1977. La produzione super-8 raggiunge il massimo storico, ma è l’inizio di un declino fatale.

1977. Minolta introduce la reflex XD-7, la prima con esposizione automatica a priorità dei tempi e dei diaframmi.

1977. Konica mette sul mercato la C35AF, la prima compatta autofocus.

1978. La Canon A-1 è la prima reflex munita di esposizione programmata.

1978. Ilford rilancia la Multigrade, la carta a contrasto variabile tutt’oggi utilizzata da stampatori in tutto il mondo.

1980. Sony presenta il prototipo di videocamera 8mm.

1980. Nuova professionale Nikon. Per la F3 la casa giapponese coinvolge un designer esterno, Giorgio Giugiaro.

1981. Akio Morita, fondatore della Sony, sconvolge la fotografia presentando il prototipo della Mavica, la prima fotocamera per fotografia elettronica. Usa un floppy disc.

1981. La Pentax annuncia la ME-F, la prima reflex autofocus con sensore AF incorporato. Usa uno zoom motorizzato.

1981. Anno record per la produzione di apparecchi reflex giapponesi: si tratta di 7,8 milioni di pezzi.


1981... Dall’autofocus alla fotografia digitale

Quello della messa a fuoco automatica era un vecchio sogno dell’industria fotografica. Già nel 1963, la Canon presentò un prototipo del genere, mentre, nel 1971, la Nikon propose un 80 mm f/4,5 autofocus grande come una scatola da scarpe. Tuttavia, solo nel 1977 la prima macchina fotografica, la compatta Konica C35-AF viene messa in commercio.

L’onda lunga del boom per la fotografia si esaurisce nel 1982. La produzione giapponese scende, le vendite si riducono, la gente ed i giovani sono attratti da altro. Le crisi valutarie e la forza dello yen costringono i giapponesi a cercare nuovi sbocchi produttivi per restare competitivi. Ne consegue che la produzione delle fotocamere viene distribuita fra Taiwan, Corea, Cina, Thailandia e Malaysia.

Di colpo, la fotografia sembra vecchissima, come effettivamente è: occorre uno shock tecnologico per attrarre di nuovo l’attenzione del pubblico. E l’industria fa perno sulla reflex autofocus e lo still-video, cioè l’immagine elettronica. Nel 1985, la Minolta 7000 sconvolse realmente la concorrenza ed aprì un nuovo mercato. Da allora, molte cose sono cambiate ed i sistemi autofocus sono diventati davvero affidabili, velocissimi e, sempre più spesso, insostituibili anche per i professionisti. E con lo sviluppo dell’autofocus sono stati perfezionati i sistemi di misurazione dell’esposizione.

Intanto, la Kodak scopre di non essere più la corazzata d’un tempo. Lo sforzo dell’industria del sensibile punta al miglioramento delle emulsioni delle pellicole, ed il balzo in avanti è formidabile.
Purtroppo la fotografia elettronica non si è sviluppata così rapidamente come si pensava.

Tuttavia grazie a prezzi abbordabili e qualità nettamente migliorata, il digitale attira l’interesse di un mercato che è ormai avvezzo al computer e alle nuove tecnologie. Il fatto di poter scattare, vedere l’immagine sul piccolo monitor e poi stampare in casa delle copie a colori, è un argomento vincente. Tutto questo a discapito se non della qualità, certamente del piacere insito nel gesto stesso della fotografia “tradizionale”.

1982. Gli indici della sensibilità Asa e Din, si unificano nei nuovi, ma invariati, indici Iso partoriti dalla International Standard Organization di Ginevra.

1982. Edwin Land lascia il timone della Polaroid e vende le sue azioni.

1982. La Schneider in crisi viene acquistata dal finanziere Heinrich Manderman.

1982. L’Agfa chiude la fabbrica di apparecchi fotografici di Monaco e vende quella dei proiettori di Coimbra alla Reflecta.

1982. La Jvc lancia il VHS-C, la cassetta compatta compatibile con il VHS.

1983. La Kyocera di Kyoto acquista la Yashica.

1983. Venti aziende definiscono lo standard per lo still-video, la fotografia elettronica analogica.

1983. Kodak sospende la produzione di cineprese super-8.

1983. La sensibilità del negativo a colori arriva a 1000 Iso con la Kodak VR. La struttura piatta dei grani d’argento assicura un’elevata definizione.

1984. Il crac della trading company Osawa trascina la Mamiya in una grave crisi superata solo dopo qualche anno.

1984. Fuji produce la prima pellicola negativa a colori 1600 Iso.

1985. Minolta lancia inaspettatamente la 7000, la prima reflex autofocus che risveglierà il mercato.

1985. La Kodak diversifica e compra un’industria farmaceutica per oltre 5 miliardi di dollari; la rivenderà per ripianare i debiti nel 1994.

1986. Il giudice sentenzia che la Kodak ha violato sette brevetti Polaroid e la costringe ad abbandonare il settore della fotografia immediata. Le perdite sono elevatissime (oltre 900 milioni di dollari).

1986. Polaroid ravviva la fotografia immediata con il modello Image.

1986. Con la F501, la Nikon è la prima a seguire la via dell’autofocus aperta da Minolta.

1986. Le linee tondeggianti della Canon T90 escono dalla matita dello svizzero Luigi Colani. È l’ultima Canon meccanica.

1986. Canon introduce il primo sistema per fotografia elettronica professionale (ancora analogico).

1986. Novità per le compatte. La Asahi Pentax annuncia la prima fotocamera dotata di zoom.

1986. La Kodak realizza un CCD per usi industriali da 1,4 milioni di pixel.

1987. Due nuove reflex autofocus: la Canon EOS 650 e la Pentax SFX.

1987. Rollei passa alla Schneider.

1988. La Nikon F-801 ha un otturatore che raggiunge 1/8000 di secondo (è la prima autofocus di Nikon utilizzata dai fotoreporter professionisti).

1988. La tecnologia T-grain viene adottata nel bianconero; Dopo le T-Max 100 e 400 Kodak annuncia la T-Max 3200 Iso. Il risultato è una maggiore sensibilità accompagnata da una “grana” più fine.

1988. Canon e Sony introducono in Giappone i primi apparecchi still-video: la fotografia magnetica sembra realtà.

1988. Il gruppo Ilford viene acquistato dall’americana International Paper Corporation, maggior produttore del mondo di carta.

1988. Difficoltà finanziarie anche per Polaroid.

1988. Vincenzo Silvestri propone un apparecchio medio formato decentrabile. È made-in-Italy, ma ha successo in tutto il mondo.

1988. Kodak presenta lo studio del futuro, apparecchio e pellicola tradizionali combinati allo still-video.

1988. Kodak porta la risoluzione di un CCD a 4 milioni di pixel. Il costo di un solo pezzo si aggira sui 50 milioni.

1989. La Mitsubishi lancia il videotelefono commerciale, la scansione dell’immagine è lenta e in bianconero.

1989. Le pile al litio si fanno largo per alimentare reflex e compatte.

1989. Per il quarto anno consecutivo le Minolta sono le reflex più vendute in Giappone.

1990. La Honeywell fa causa a tutti i maggiori fabbricanti giapponesi, primo fra tutti Minolta, per violazione dei brevetti del sistema autofocus.

1990. La Ilford lancia una nuova pellicola 400 Iso bianconero: la Delta.

1990. Si riunifica la Germania e a Dresda la Pentacon chiude i battenti.

1990. Kodak lancia il Photo CD. Diretto agli amatori, si rivelerà un prodotto professionale (¿?).

1991. La produzione giapponese di apparecchi fotografici supera i 30 milioni di pezzi, ma quasi la metà proviene dall’estero.

1991. Il giudice stabilisce in 925 milioni di dollari il risarcimento che Kodak deve pagare alla Polaroid per aver violato i suoi brevetti instant.

1991. La giapponese Da Vinci è una macchina fotografica elettronica dotata di stampante incorporata.

1992. Scompare il famoso marchio Cibachrome, sostituito da Ilfochrome.

1992. Minolta deve pagare 130 milioni di dollari alla Honeywell per violazione dei brevetti autofocus. Toccherà poi a Canon, Nikon, Pentax, Ricoh...

1992. Un nuovo nome alla ribalta nel mondo reflex: è Sigma (produttore di buoni obiettivi a prezzi ragionevoli ndr).

1992. La Logitech Fotoman è la fotocamera elettronica da collegare al computer.

1992. Canon perfeziona il suo sistema di stabilizzazione dell’immagine.

1992. La Canon batte tutti i record con lo zoom 35-350mm.

1992. Anche Sony lavora in fotografia e brevetta un suo sistema 35mm.

1992. Ora anche la messa a fuoco si controlla con la pupilla: è l’originalità della Canon EOS 5.

1992. Kodak annuncia la reflex con dorso digitale DCS 200: deriva dalla Nikon F801.

1992. Nasce un pool per lo sviluppo di un nuovo formato fotografico. Ne fanno parte Kodak, Fuji, Canon, Minolta e Nikon.

1993. La fotografia digitale avanza e la Leaf offre un dorso adattabile a molti apparecchi tradizionali.

1993. Canon presenta il suo prototipo di reflex digitale.

1993. La produzione di reflex giapponesi scende a 2,6 milioni di pezzi: esattamente un terzo di quella del 1982.

1993. Alla testa della Kodak un presidente che viene da fuori: si chiama George Fisher e ha grande esperienza elettronica.

1994. La casa americana Dicomed introduce un dorso digitale a scansione lineare di elevatissima qualità. Produce immagini da 128 mega. venduta ai giapponesi la ditta chiuderà nel 1999.

1994. Una fotografia di Alfred Stieglitz, "Le mani di Georgia O’Keeffe con ditale", supera ogni record. Ad un’asta di Christie’s è battuta a 398.500 dollari.

1994. Nikon e Fuji si alleano per sviluppare una reflex digitale.

1995. Kodak e Canon collaborano alla reflex digitale. Nascono tre modelli su piattaforma EOS 1n.

1995. In difficoltà la Orwo, produttrice di pellicola della ex-Germania est e la giapponese Oriental produttrice della carta bianconero preferita da Ansel Adams.

1995. Il sistema a stabilizzazione della Canon viene commercializzato su uno zoom 75-300mm.

1995. Crolla l'Unione Sovietica e l’Europa viene invasa da un gran numero di fotocamere del tutto sconosciute per la felicità dei collezionisti.

1996. Arriva la nuova professionale di Nikon la F5. Sostituisce la F4 per competere con la Canon Eos 1.

1997. La Pentax 645N è la prima reflex monobiettivo 4,5x6cm autofocus.

1998. Anche la Contax 645 è una medio formato 4,5x6cm autofocus.

1999. Nikon si esercita in una accoppiata. Lancia la reflex F100 dalla quale pochi mesi dopo nascerà la D1 digitale professionale. E’ offerta ad un prezzo pari alla metà dei modelli concorrenti.

1999. Terza medio formato reflex autofocus è la Mamiya 645AF.

1999. Alla d’aste Sotheby’s si raggiunge il record per una fotografia. E’ un’albumina di Gustave Le Gray, venduta per 507.000 sterline pari a oltre 1,5 miliardi di lire.

1999. Minolta torna alla reflex professionale con la Dynax 9, sarà seguita l’anno dopo dalla 7. Ma è il tramonto delle reflex “tradizionali”.

2000. La Nikon manda in pensione la F3, dalle proteste ci si accorge che aveva ancora una schiera di sostenitori.


FONTE:
www.bernat.it

A

PROGRAMMA DEL CORSO (CLASSI PRIME)

STORIA E TECNICA DELLA FOTOGRAFIA (A.A. 2008/2009)
Programma per le classi Grafica I, Web I e Interior I
Prof. Sergio Sarnicola


MODULO 1: PARTE STORICA

- la "preistoria" della fotografia: dalla camera obscura ai primi esperimenti
- Niepce, Daguerre e Talbot
- la nascita ufficiale della fotografia: una rivoluzione nel mondo dell'arte e della comunicazione
- il conflitto tra fotografia e pittura
- i rapporti tra la fotografia e il cinema
- la storia della macchina fotografica: dalle lastre singole al formato "Leica" (24x36mm)
- George Eastman e la Kodak
- Le emulsioni fotosensibili e loro cambiamenti nel corso degli anni
- la fotografia in Europa e negli Stati Uniti: differenze e punti in comune
- Man Ray
- Stieglitz e la Fotosecessione
- la fotografia documentaria: il progetto della Farm Security Administration
- Il Gruppo F/64
- la nascita dei generi fotografici (reportage, moda, fotografia pubblicitaria e ritratto)
- Life magazine
- Robert Capa
- Henri Cartier-Bresson
- l'agenzia Magnum
- monografie di alcuni tra i più importanti fotografi del dopoguerra
- la fotografia ai giorni nostri: il ruolo nella comunicazione
- il World Press Photo Award
- la fotografia nella Web


MODULO 2: PARTE TECNICA

- la luce: spettro e lunghezze d’onda
- la pellicola: composizione e caratteristiche
- sensibilità della pellicola e dimensioni della grana
- scelta della pellicola
- misurazione della luce con l'esposimetro
- cenni sul sistema zonale
- utilizzo e funzione dei filtri in ripresa
- l’obiettivo fotografico
- funzioni e caratteristiche degli obiettivi
- lunghezza focale
- aperture e diaframmi
- profondità di campo
- otturatore centrale e otturatore a tendina
- tempi ed esposizione
- introduzione alla composizione dell’immagine
- elementi di psicologia della percezione visiva
- gli apparecchi fotografici: tipologia delle fotocamere e loro uso specifico
- la luce continua e il flash
- gli accessori per modellare la luce
- gli schemi luce principali: luce piena; luce di taglio; luce rimbalzo; luce diffusa; silhouette; controluce; luce mista.
- simulazione di ripresa in situazioni differenti (reportage, moda, etc.)
- organizzazione del set fotografico
- la fotografia di paesaggio
- la fotografia di architettura

Nota: le esercitazioni pratiche saranno maggiormente estese per quelle classi che hanno un numero di ore tale
da poter trattare in maniera esaustiva tutti gli argomenti del corso


MODULO 3: ELABORAZIONE DIGITALE DELLE IMMAGINI

- l'immagine digitale: peculiarità e raffronti con la pellicola
- caratteristiche dei sensori digitali: dimensioni e risoluzione
- i diversi tipi di compressione dei files digitali
- il formato di compressione RAW
- i supporti di memoria
- l'acquisizione del file sul computer
- l'organizzazione della libreria digitale
- l'ambiente di lavoro
- lo sviluppo del file RAW attraverso progeammi dedicati
- trattamento del file in Photoshop ed elementi di fotoritocco
- tutorials in classe sull'elaborazione digitale delle immagini
- cenni sulla stampa delle immagini digitali


OBIETTIVI DEL CORSO:

Tutti gli argomenti verranno trattati a lezione adattandoli alle peculiarità delle differenti classi. Gli studenti al termine del proprio corso devono essere in possesso delle seguenti conoscenze:

- le date principali e gli avvenimenti fondamentali della fotografia nei secoli XIXº e XXº
- i movimenti che hanno dato impulso alla creazione di un linguaggio specifico fotografico
- i protagonisti principali della fotografia del '900
- una conoscenza di base della macchina fotografica e delle sue componenti
- un'idea chiara sul procedimento di formazione delle immagini, in pellicola e in digitale
- saper riconoscere i diversi tipi di obiettivi e individuare l'uso specifico di ciascuno
- saper organizzare un proprio set
- saper organizzare un proprio reportage
- gestire il proprio lavoro prima e dopo la ripresa
- essere in possesso degli elementi fondamentali del ritocco fotografico (Photoshop)
- presentare il proprio lavoro in maniera coerente

Alle lezioni teoriche in classe si affiancheranno, ove possibile, sessioni pratiche in aula. È prevista l'integrazione delle lezioni attraverso l'utilizzo di materiale didattico multimediale.
Il Docente preparerà delle dispense, da distribuire prima o dopo le lezioni, sugli argomenti di volta in volta trattati.
Gli studenti hanno inoltre a disposizione il blog www.palladiofotografia.blogspot.com
in cui troveranno la versione online delle dispense oltre ad un elenco di siti web in cui coloro che lo desiderano potranno approfondire i temi affrontati.

L'esame consisterà in due prove:
1) un test o interrogazione per la parte storica
2) una esercitazione di ripresa o fotoritocco per la parte tecnica.

Nota: La valutazione di ogni singolo studente si baserà sulle conoscenze teoriche e pratiche dimostrate in sede d'esame, tuttavia anche il livello di partecipazione attiva in classe durante le lezioni aiuterà a definire con più completezza la preparazione di ognuno.

A

PROGRAMMA DEI CORSO (SECONDE CLASSI)

STORIA E TECNICA DELLA FOTOGRAFIA (A.A. 2008/2009)
Programma per le classi Grafica II, Web II e Interior II
Prof. Sergio Sarnicola


"ELABORAZIONE E PRESENTAZIONE DELLE IMMAGINI"


OBIETTIVO DEL CORSO

Il corso si propone l'obiettivo di affinare le capacità dello studente riguardo alla presentazione di un portfolio fotografico, con particolare attenzione ai programmi di gestione ed elaborazione delle immagini, come Adobe Lightroom e Nikon NX.

Il primo passo è costituito dalla formazione di uno sguardo critico, che sappia identificare le tendenze attuali, con riferimento ai nomi più significativi della fotografia contemporanea.

Il secondo passo sarà costituito dalla elaborazione di uno o più lavori attraverso i principali programmi in uso tra i fotografi e dalla loro successiva presentazione attraverso strumenti multimediali (book fotografico, slideshow, PDF, galleria online etc.)


TESTO FORNITO DALL'ISTITUTO
Dispense preparate dal Professore.


PROGRAMMA

- l'elaborazione delle immagini: panoramica
- gestione del flusso di lavoro digitale: principi generali
- il file RAW
- i metadati XMP
- il file DNG
- altri formati di salvataggio delle immagini
- la conversione dal file Raw agli altri formati
- i principali programmi di gestione delle immagini
- Adobe Bridge: introduzione
- Nikon View NX: introduzione
- Adobe Lightroom: Identity Plate Set Up
- Adobe Lightroom: funzione libreria
- Adobe Lightroom: funzione sviluppo ed elaborazione del file
- Adobe Lightroom: funzione slideshow
- Adobe Lightroom: funzione stampa
- Adobe Lightroom: funzione web
- Integrazione fra Lightroom e Photoshop
- il sistema di elaborazione delle immagini di Nikon
- Nikon NX e NX2: caratteristiche principali
- altri metodi di presentazione delle immagini
- la condivisione delle immagini sul web
- considerazioni finali sulla presentazione delle immagini